Gli ultimi metri della gola sono i più difficili da percorrere. A sbarrare il passaggio c’è un bacino d’acqua torbida, con i coleotteri nascosti tra le alghe. L’acqua non è profonda, ma è fredda e le pareti di roccia praticamente non offrono appigli: sono levigate dall’acqua che, anche se è poca, si riversa qui con estrema violenza. Il bacino termina con una piccola apertura. Una persona magra può sdraiarsi sul dorso e spingersi lentamente in avanti cercando di non toccare la pietra angolare che sorregge un muro.

Nella gola, dalla roccia sgorga una sorgente. Tic tic tic: è solo un pigro gorgoglio, ma le persone non solo hanno innalzato muri, hanno anche costruito uno stretto canale che attraversa la gola per raccogliere l’acqua e trasportarla giù al villaggio.

Sharqiya Sands, febbraio 2023

Il villaggio si chiama Balad Sayt. È un’oasi di montagna sui monti Hajar, in Oman, un paese della penisola arabica grande quanto la Germania. Sulle immagini satellitari appare quasi tutto beige e ocra, i colori della sabbia e dei sassi, dell’aridità e della siccità. Gli abitanti sono solo cinque milioni, ma è giusto dire “solo”?

In Oman non ci sono fiumi e le precipitazioni medie di un anno equivalgono a quelle che in Germania si registrano durante un mese piovoso. Da millenni i suoi abitanti convivono con la scarsità d’acqua e il loro antico sapere risulta importantissimo ora che in Europa l’allarme siccità è stato lanciato già a febbraio, mentre paesi come India e Pakistan, Iraq e Turchia, Egitto ed Etiopia sono in lotta per l’acqua, e la crisi climatica fa diminuire la pioggia, che però è sempre più spesso torrenziale. Come si fa a sopravvivere quando l’acqua manca?

Un sentiero pericoloso

A marzo la comunità internazionale si è riunita nella sede delle Nazioni Unite a New York, negli Stati Uniti, per il vertice sull’acqua, dove stati, organizzazioni e aziende hanno cercato soluzioni alla scarsità di risorse idriche. Le proposte presentate sono state più di settecento, ma la maggior parte non prevedeva impegni economici, piani concreti di collaborazione internazionale né idee per coinvolgere settori centrali, come l’agricoltura. Anche se molti esperti lo richiedono, per l’acqua non c’è ancora un trattato internazionale come per il clima o per la biodiversità.

Ahmed Alzhlie a Balad Sayt, febbraio 2023

Appena prima dell’inizio del vertice, l’Unesco, l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, ha pubblicato il rapporto “Water development”, in cui gli autori avvertono del pericolo di una crisi idrica globale e del “rischio immediato” di mancanza d’acqua, dovuta all’eccessivo consumo e agli effetti del cambiamento climatico. Il mondo avanza “ciecamente su un sentiero pericoloso”, quello di “un consumo vampiresco e di uno sviluppo eccessivo”, si legge nel rapporto. In Oman l’acqua è la più preziosa delle risorse. Centinaia di generazioni hanno imparato a gestirne l’estrema scarsità, riuscendo non solo a sopravvivere, ma anche a prosperare.

Proprio come nell’oasi montana di Balad Sayt: l’insediamento è circondato da rocce alte novecento metri e, avvicinandosi dalla valle, dopo aver attraversato il letto di un fiume e una strada stretta, d’un tratto si scorgono un villaggio collinare, case fitte e un mosaico di terrazzamenti che brillano come smeraldi tra rocce ed edifici. Qui crescono il grano e la papaya, il cavolo e le banane, l’aglio e il pomodoro.

I duecento abitanti dipendono dall’acqua che le rocce circostanti immagazzinano e poi rilasciano lentamente, alimentando quest’oasi che esiste da duemila e cinquecento anni. Le ricerche di Andreas Bürkert, agroecologo specializzato in oasi dell’università di Kassel, in Germania, hanno dimostrato che Balad Sayt è uno dei più antichi insediamenti dell’Oman abitato in maniera continuativa. Nella penisola arabica pochi luoghi hanno una storia paragonabile. E questo è dovuto soprattutto a come i suoi abitanti gestiscono l’acqua.

Tra loro c’è Ahmed Alzhlie, che ha 22 anni e studia gestione delle risorse umane a Rustaq, la città vicina. La sua famiglia possiede delle terre nell’oasi. È contento di parlare inglese con i visitatori. “Ogni nove giorni mi erogano l’acqua per quattro-cinque ore”, spiega, “ce n’è abbastanza per le mie cinquanta palme da datteri”. Da casa sua, dopo aver oltrepassato la scuola che ha frequentato fino al liceo e un negozio che vende limonata, acqua e dolciumi, arriviamo ai campi. All’ombra si sta subito più freschi. Sotto le palme crescono gli alberi da frutto, fichi e limoni, e, ancora più in basso, l’erba di un verde brillante, cibo per le capre. La coltivazione su tre livelli è molto efficace ed evita che evapori troppa acqua.

Oggi gli studiosi la chiamano agroforestazione. Ma in Oman questa tecnica è usata da molto prima dell’avvento della scienza moderna.

Le arterie del villaggio

Alzhlie si tira su la dishdasha, la veste lunga fino alle caviglie, e si arrampica su un canale. “Lì dietro c’è un serbatoio”, dice, avanzando in equilibrio fino ai margini del villaggio. Qui il rivolo che gocciolava dalle rocce della gola si unisce all’acqua di altre sorgenti, tutte provenienti dalle montagne: sono le arterie che riforniscono Balad Sayt. L’acqua è raccolta nei serbatoi finché non ce n’è a sufficienza per irrigare i campi. Canali come questi sono stati un’innovazione fondamentale, risalente probabilmente a cinquecento anni dopo Cristo. Hanno permesso agli abitanti delle oasi di trasportare nei campi acqua proveniente da molto lontano. In arabo si chiamano falaj: grazie a loro si riescono a rifornire d’acqua terreni molto più grandi di quelli irrigabili con i pozzi.

Ma questo sistema comporta altri problemi, come la ripartizione delle risorse. Se un contadino irriga a monte, senza pensare ai vicini a valle, le cose non funzionano.

“In Oman le persone hanno trovato soluzioni eleganti”, spiega l’antropologa Smiti Nathan. Ogni comunità ha un wakil, un custode dell’acqua, che stabilisce le quote e media in caso di conflitti. Nathan è codirettrice del progetto di storia dell’archeologia dell’acqua in Oman, al quale lavorano ricercatrici e ricercatori della Johns Hopkins university di Baltimora, negli Stati Uniti, e dell’università di Sydney, in Australia. A lei interessa soprattutto la dialettica tra l’innovazione tecnologica e il ruolo degli esseri umani nella gestione delle risorse. Ogni goccia d’acqua rilasciata dalla roccia di Balad Sayt implica un complesso sistema di norme sociali, di regole che ne stabiliscono il destino, di meccanismi per evitare sprechi. “Di tutti i tipi di agricoltura, quella dell’oasi ha le regole più severe”, dice Nathan. Per millenni, infatti, non c’è stata alternativa: l’unico modo di sopravvivere era questo.

Ogni goccia d’acqua rilasciata dalla roccia di Balad Sayt implica un complesso sistema di norme sociali, di regole che ne stabiliscono il destino

Le cose cambiarono al più tardi negli anni settanta. Il sultano dell’epoca aprì il paese al mondo esterno, cominciando a costruire strade, scuole e ospedali e, a partire dal nuovo millennio, anche impianti di desalinizzazione dell’acqua marina.

Molti limiti dovuti alla scarsità idrica sembrano ormai superati. In Oman lo spazio non è un problema e di conseguenza gli insediamenti si sviluppano: la capitale Mascat, un tempo una cittadina portuale, oggi ha milioni di abitanti e si estende per cinquanta chilometri lungo la costa. Il paese è costellato di grandi abitazioni in muratura, tutte dotate di elettricità e spesso d’acqua corrente, anche quando sono lontane dal più vicino centro abitato. Camion blu arrivano a rifornire d’acqua anche il più sperduto dei villaggi montani in cui, fino a qualche anno fa, non arrivava nemmeno la strada, il che ha salvato molte oasi dallo spopolamento. Ora ci sono quattro grandi impianti di desalinizzazione dell’acqua marina, quasi tutti tecnologicamente all’avanguardia.

A livello globale, l’agricoltura consuma il 70 per cento dell’acqua dolce. In Oman arriva all’80 per cento, spiega Ekkehard Holzbecher, idrologo e professore alla German university of technology di Mascat. Sui crinali dei monti Hajar ci sono grandi falde acquifere dalle quali i contadini da qualche anno attingono con pompe a motore. “Potrà funzionare per qualche altro decennio al massimo, e poi basta”, osserva Holzbecher. Il fatto è che ci sono regole per stabilire quanti pozzi è permesso scavare, ma i controlli non sono adeguati. E se il sistema dei falaj costringeva le persone a mettersi d’accordo, le pompe a motore non fanno domande. “Rendono indipendenti dai vicini, dando accesso a una risorsa apparentemente illimitata”, spiega Holzbecher. Così facendo, sul lungo termine i contadini mettono a repentaglio la loro sopravvivenza, ma per il momento a rimetterci è chi si impone dei limiti.

Eppure, gestire in modo giusto e sostenibile un bene comune come l’acqua è possibile. Servono controlli, regole e leggi, come ha dimostrato con le sue ricerche Elinor Ostrom, vincitrice del premio Nobel per l’economia nel 2009. E come dimostrano gli oltre tremila falaj presenti ancora oggi in Oman.

Passato e futuro

Senza canali Balad Sayt non esisterebbe. Ma, sulla via del ritorno, Ahmed Alzhlie ci racconta che da due anni si vedono camion carichi di materiale edile arrancare su per le strade di montagna. Un investitore cinese sta facendo costruire un hotel di lusso in cima alla collina che sovrasta il villaggio millenario. Gli operai pachistani stanno costruendo la piscina, una di quelle in cui l’acqua straborda di continuo, come se ce ne fosse all’infinito. Alzhlie riesce a immaginare da dove dovrebbe arrivare? Il ragazzo scrolla le spalle.

In Oman, al momento, coesistono due diverse concezioni, legate a epoche differenti: quella del sapere tradizionale, che gestisce ogni singola goccia d’acqua, e quella della nuova realtà, fatta di camion cisterna e di piscine. In questo presente, ricordare la genialità del passato è un’arte che pochi coltivano. Ma potrebbe valerne la pena: in un pianeta che diventa sempre più arido e caldo, nel sapere del passato potrebbe trovarsi il futuro.

Alzhlie e gli altri contadini continueranno a combattere per ogni goccia anche ora che l’acqua si spreca per i turisti? E vale ancora la pena coltivare datteri e papaya quando è possibile guadagnarsi da vivere offrendo tour ai visitatori? I ragazzi come Alzhlie rimarranno a Balad Sayt, in cui la vita è così dura? Da tempo le oasi sono in trasformazione. I più giovani partono per la città, soprattutto dai villaggi poveri e isolati. In questo l’Oman non è molto diverso dal Brandeburgo, in Germania. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1517 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati