La casa di Sarah al Arabid, nel nord della Striscia di Gaza, si è trasformata in un rifugio per chi scappa dalla follia della guerra. Nell’edificio di 180 metri quadri, con le finestre rotte, si sono radunati 45 sfollati tra uomini, donne (alcune incinte), bambini, anziani e malati. Al Arabid spiega come funziona la casa-rifugio: “Si possono usare due litri d’acqua fredda per lavarsi ogni due settimane, mentre per bere ci si può solo inumidire la bocca”.

Le donne non hanno privacy in una casa che ospita cinque famiglie. Oltre all’acqua è stata tagliata anche l’elettricità e non si trova da mangiare a sufficienza. Al Arabid racconta che “il prezzo degli assorbenti è molto aumentato. Durante il ciclo cerchiamo di non bere per non usare il bagno. Tentiamo di mantenere l’igiene intima, ma dobbiamo lavarci con lo shampoo perché non c’è più sapone e presto saremo costrette a usare il detergente per pavimenti”. Secondo l’ufficio centrale di statistica palestinese, nella Striscia di Gaza vivono 2,2 milioni di persone, di cui il 49 per cento donne, e circa un milione di loro ha bisogno di assorbenti.

La mancanza d’acqua è il problema principale per gli sfollati, in particolare nella zona nord. A casa di Sarah al Arabid l’acqua non c’è stata per cinque giorni e i serbatoi sono vuoti perché è finito il gasolio necessario per far funzionare la pompa. Molte sfollate hanno l’influenza perché sono costrette a fare la doccia con acqua fredda. I bambini hanno cominciato a farsi la pipì addosso, hanno sviluppato allergie e disturbi causati dalla mancanza di cibo sano e presentano sintomi di anemia.

“Volevo darle il mio nome. Invece la chiameremo Salam (Pace), Aman (Sicurezza) o Watan (Patria)”, dice Reda al Arabid, 22 anni, che vive con la paura di un parto prematuro e di dover fare il cesareo, perché gli ospedali stanno finendo gli anestetici. Al Arabid non si aspettava che la sua prima esperienza con la maternità sarebbe stata così: “Prima della guerra volevo preparare un corredo per la mia bambina. Ero felice, ma ora mi sento sprofondare. Un parente ha recuperato un po’ di cose al mercato, ma abbiamo bisogno di molto altro”. La donna non vede la ginecologa da più di un mese; soffre di anemia e ha contratto alcune infezioni a causa della malnutrizione e della mancanza d’acqua.

Senza medicine

Samah Ibrahim Khalil, 46 anni, non riesce più a procurarsi le medicine di cui ha bisogno: “Sono sola e non ho figli. Mio marito è un autista di ambulanze e non lo vedo da giorni. Dovrei bere molta acqua per depurare il mio corpo dalla chemioterapia”. Khalil sta finendo il trattamento per un cancro al seno. Prima della guerra aveva completato l’ultimo ciclo e aveva fissato un controllo per metà ottobre, ma ora non può più farlo. Il suo sistema immunitario è debole e le sue condizioni stanno peggiorando per la mancanza di cure. “L’ospedale è stato bombardato e i carri armati israeliani hanno bloccato le vie d’accesso. Non posso più raggiungerlo e non riesco a comunicare con il mio medico”, spiega.

Il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) in Palestina ha segnalato che ci sono cinquantamila donne incinte nella Striscia di Gaza. Una di loro, Aya Saeed Hassoun, è entrata in travaglio il 6 novembre ed è andata a piedi all’ospedale Al Helou, dove ha partorito una bambina. È tornata al rifugio Al Nasr, dove vive, con la neonata dopo appena tre ore. Madre e figlia non mangiano bene e non hanno un posto comodo dove stare. Hassoun mangia biscotti e dorme con la figlia in una arisha, una piccola tenda nel centro di accoglienza, insieme al marito, alla suocera e alle sue tre figlie. Per la neonata sono disponibili solo pannolini troppo grandi.

Il settore sanitario nella Striscia di Gaza è sull’orlo del collasso: i bombardamenti contro gli ospedali e la mancanza di attrezzature e medicinali hanno trasformato le strutture in cimiteri. I feriti e gli sfollati non hanno nessun posto dove scappare. ◆ amb, cat

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Questo articolo è uscito sul numero 1538 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati