Nel 1957 su uno dei famosi sette colli di Roma, in una sala dei musei Capitolini, nacque la Comunità europea. Sono passate solo due generazioni. Da allora l’Europa cerca di affermarsi come una comunità di pace e dialogo, opponendosi alle forze centrifughe dei nazionalismi. I danni che può provocare un nazionalismo senza freni li conosciamo. Per questo dovremmo prestare la massima attenzione a tutto quello che può indebolire il progetto europeo, ancora ben lontano dal suo traguardo e, anzi, più precario che mai.

La scelta tedesca di mettere in discussione il dialogo europeo solo per risparmiare qualche soldo è tanto spudorata quanto incurante del passato. In un quadro di austerità generale una politica ignorante, sostenuta dalla ministra degli esteri Annalena Baerbock, sta costringendo a drastici tagli anche il Goethe-Institut, fondato nel 1951 per promuovere il dialogo tra la Germania, l’Europa e il mondo. E lo fa con un metodo infame, cioè chiede alle vittime di mettere in atto e giustificare queste decisioni.

I trent’anni di Brunetti

Il Goethe, messo alle strette, ha scelto di concentrarsi sull’Europa centro-orientale, sul Caucaso, sul Pacifico meridionale e sugli stati centrali degli Stati Uniti, risparmiando su paesi tradizionalmente al centro del progetto come la Francia e soprattutto l’Italia. Si liquida il centro di Trieste, che del resto aveva già interrotto le attività, si chiudono quelli di Torino e Genova, si ridimensiona quello di Napoli. Più che i fatti in sé, sono inquietanti le motivazioni: queste sedi, si dice, costano troppo, e i rapporti con questi paesi sono già sufficientemente consolidati.

Meno Goethe in Francia e in Italia allora: non si può concepire un’immagine più distruttiva di questa. Eppure, l’esempio italiano dovrebbe insegnarci che il presupposto con cui si legittima questo spostamento dei fondi destinati alla cultura non sta in piedi.

Da 250 anni, da quando con Johann Joachim Winckelmann è nata l’idea dell’Italia come luogo del desiderio, dal soggiorno romano di Johann Gottfried Herder e dal Viaggio in Italia di Goethe, i tedeschi sognano la penisola. Le biblioteche sono piene di libri sull’Italia e ogni anno milioni di tedeschi attraversano le Alpi. Non c’è regione italiana in cui non sia stata girata una serie su qualche commissario che poi risulta amatissima in Germania. La decana del genere, Donna Leon, festeggia i trent’anni del commissario Brunetti (personaggio creato dalla statunitense Donna Leon, a cui è stata intitolata la serie tv).

Insomma, i libri su quanto è azzurro il cielo d’Italia e le canzoni di Eros Ramazotti vanno ancora bene. Ma può bastare?

Pompei, 1870 (Achille Mauri, Archivio Gbb/Archivi Alinari)

Forse no. Sembra che la distanza tra Germania e Italia si allarghi di pari passo con il declino della borghesia colta tedesca. Ci guardiamo e non ci capiamo più, la diffidenza cresce. Su questioni di soldi o di politiche migratorie è ancora più evidente. Quando falchi come il ministro italiano Matteo Salvini inveiscono pubblicamente contro i tedeschi non si tratta di scivoloni isolati, ma dell’espressione di un grande potenziale distruttivo che arde sotto la cenere.

Impegnarsi per rendere più stabili questi rapporti è faticoso: ci vogliono decenni e tanta cura nei campi più diversi, dall’istruzione all’economia. Il tutto sotto l’ombrello di una politica estera che dovrebbe essere anche politica culturale. Purtroppo, l’impressione è che alla ministra Baerbock, in generale, la cultura non interessi molto. A livello governativo sono molte le cose che non vanno tra i due paesi. Anzi, si registra un gran silenzio o, peggio, scarsa attenzione reciproca.

Certo, è ovvio che la componente verde della coalizione semaforo che guida la Germania si sente molto distante dal governo Meloni. È passato un bel po’ di tempo prima che a Berlino ricevessero il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani, che si è anche dovuto sentir spiegare con condiscendenza dalla sua collega tedesca come funzionano i salvataggi in mare nelle acque italiane.

Come spesso succede nella coalizione semaforo, tutti guardano al cancelliere: saprà rimettere a posto le cose? Per i predecessori di Olaf Scholz l’Europa non era negoziabile. Konrad Adenauer, giocava a bocce a Cadenabbia, in riva al lago di Como, e dopo la guerra ruppe il ghiaccio con Roma. Helmut Schmidt ogni volta che doveva prendere una decisione di politica estera pensava subito alla Francia. Angela Merkel esercitava grande influenza nella capitale sul Tevere e in quella sulla Senna. E Scholz? È già tanto se riesce a mangiarsi un Fischbrötchen sull’Elba insieme a Emmanuel Macron.

Come la punta di un campanile in una valle allagata emerge l’amicizia tra i presidenti Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier, un rapporto personale e intimo sostenuto da rispetto e fiducia. Ma neanche loro, da soli, possono fare molto.

Un’anima in vendita

I socialdemocratici “amanti della Toscana” della generazione Schröder-Fischer sono invecchiati senza lasciare eredi. E, al di là delle Alpi, le cose vanno pure peggio: nei palazzi romani trovare qualcuno che apprezzi la Germania non è facile. La coalizione guidata da Giorgia Meloni è composta da tre partiti che un tempo si facevano notare soprattutto per la loro ostilità ai tedeschi. Appena la situazione peggiora e i problemi aumentano, le antiche inimicizie tra nord e sud riemergono. E la situazione sta in effetti peggiorando, con l’economia mondiale sempre in affanno, la crisi del debito che minaccia di riacutizzarsi e l’irrisolto problema dei migranti che grava sui bilanci statali come sui nervi dei cittadini.

Italia e Germania sono tra i paesi fondatori dell’Unione europea. Con la Francia, ex nemico giurato, e la Spagna, con cui intrattengono stretti rapporti per il turismo, formano il quadrilatero che costituisce il cuore dell’Europa. Però evidentemente alla ministra Baerbock questo quadrilatero non interessa: lei preferisce guardare agli Stati Uniti profondi, con i suoi redneck da convertire, e al Pacifico meridionale, dove imperversa il cambiamento climatico. E il Goethe-Institut è costretto a seguirla.

Fin qui, tutto bene. Ma se i rapporti tra i principali stati europei si raffreddano, la Germania è a rischio. Ed è per questo che bisogna chiedersi cos’è più importante: costruire qualcosa di nuovo nel Caucaso o mantenere vivo uno scambio culturale con l’Italia?

Chi si occupa dei conti calcola che nel medio periodo il Goethe-Institut dovrà tagliare 24 milioni di euro, che corrisponde al 10 per cento del suo bilancio. Vendere l’anima dell’Europa per 24 milioni è una cosa che può fare solo chi ama giocare con il fuoco. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1537 di Internazionale, a pagina 99. Compra questo numero | Abbonati