Stando alla leggenda, la rivoluzione della dignità ucraina è cominciata con un post su Face­book. Nell’autunno 2013, quando il presidente Viktor Janukovič decise di non firmare un accordo che avrebbe rafforzato il rapporto del paese con l’Unione europea, il giornalista d’inchiesta Mustafa Nayyem scrisse un post invitando i suoi concittadini a ritrovarsi in piazza Indipendenza, majdan Nezaležnosti in ucraino, al centro di Kiev. Dopo tre mesi di proteste, Janukovič fuggì in Russia. Oggi piazza Indipendenza è deserta. Il governo ucraino ha imposto il coprifuoco dalla mezzanotte. La legge marziale, in vigore dal febbraio 2022, quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, vieta i raduni di massa.

Quanto a Nayyem, guida l’agenzia federale per la ricostruzione, che cerca di rimettere in piedi il paese alla stessa velocità con cui i russi lo devastano. In occasione del decimo anniversario della rivoluzione della dignità, lo scorso novembre, invece di partecipare a un comizio commemorativo, Nayyem ha presieduto una cerimonia di altro tipo: la riapertura di un ponte che collega Kiev ai sobborghi occidentali di Buča e Irpin, dove, all’inizio della guerra, i russi hanno compiuto alcune tra le loro peggiori atrocità.

Qualche giorno prima dell’inaugurazione ho incontrato Nayyem nel suo ufficio, in un anonimo palazzo governativo tardosovietico. Gli ambienti avevano l’aria di essere stati rinnovati in modo piuttosto ambizioso ma al risparmio, con tende a lamelle verticali, pannelli di plastica e riproduzioni in vinile dei divani di Le Corbusier nella sala d’attesa. Alle pareti c’erano riproduzioni della celebre foto Pranzo in cima a un grattacielo e di un panorama di Manhattan. “New York è la mia città preferita”, mi ha detto. “E questo è il massimo a cui mi ci potrò avvicinare nel prossimo futuro”.

Nayyem è nato a Kabul nel 1981, il secondo anno dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. La madre morì tre anni più tardi, dopo aver dato alla luce suo fratello Masi. Quando le truppe sovietiche si ritirarono dal paese, nel 1989, il padre, ex funzionario del governo, si trasferì a Mosca. Due anni più tardi aveva sposato una donna ucraina e trasferito la famiglia a Kiev. Ad appena vent’anni Mustafa Nayyem si è fatto conoscere per le sue inchieste giornalistiche in cui denunciava la corruzione ai vertici del governo ucraino. Dopo la rivoluzione della dignità, conosciuta anche come Euromaidan, è stato deputato e ha svolto un ruolo cruciale nella riforma della polizia, notoriamente corrotta e violenta. Prima di accettare l’incarico attuale è stato viceministro delle infrastrutture.

Il governo ha istituito l’agenzia per la ricostruzione nel gennaio 2023 con l’obiettivo di restaurare diciotto palazzi residenziali di Irpin, dov’è stato danneggiato o distrutto il 70 per cento delle infrastrutture civili. “Ci diamo tutti da fare per restituire speranza alla popolazione, ma questo fa passare in secondo piano il fatto che siamo un paese in guerra. Il nostro unico vero scopo è sopravvivere”. Quando ci siamo visti, Nayyem si preparava a partire per un viaggio massacrante: doveva raggiungere in auto la città di Odessa, per verificare i danni subiti negli ultimi attacchi, e poi proseguire verso i territori liberati a sudest, per avviare un progetto pilota di ricostruzione di un intero villaggio. “Vai a Charkiv e ti rendi conto che un ponte saltato in aria significa che ci vogliono tre ore in più per spostarsi da un posto all’altro della città”, mi ha spiegato. “E questo può significare la differenza tra la vita e la morte”.

Il fratello di Nayyem, Masi, è stato gravemente ferito in combattimento all’inizio della guerra. L’auto che l’ha portato in salvo ha viaggiato su un tratto di autostrada che poco dopo è stato danneggiato. E che è già stato riparato. “Dobbiamo ricostruire tutto, anche se sarà distrutto di nuovo. Non abbiamo scelta”. Si costruisce per il presente, non per il futuro.

Sempre al fronte

Oggi c’è una frase molto comune in Ucraina: “Nessuno di noi tornerà da questa guerra”. La gente può emigrare o trasferirsi, ma la guerra è sempre qui. E ci resterà. La frase è vera anche in senso letterale: delle centinaia di migliaia di persone arruolate nei primi giorni dell’invasione, solo quelle gravemente ferite sono state congedate. A ottobre un centinaio di manifestanti ha sfidato la legge marziale scendendo in piazza a Kiev per chiedere un limite alla durata della coscrizione. Il numero esatto delle persone che attualmente prestano servizio militare, così come quello delle vittime e dei soldati da reclutare, sono segreti. Ad agosto il presidente Volodymyr Zelenskyj ha licenziato i responsabili di tutti i centri di reclutamento regionali a causa della diffusa corruzione, alimentata dall’abitudine di pagare mazzette per cercare di evitare l’arruolamento. Eppure, i funzionari continuano a distribuire ordini di arruolamento. A dicembre si è saputo che il ministero della difesa stava lavorando a un piano per reclutare anche gli ucraini residenti all’estero.

Prima di tutto respirare

Fino a qualche mese fa tutti in Ucraina sembravano sapere come sarebbe finita la guerra: l’Ucraina avrebbe liberato i suoi territori, Crimea compresa, e questo avrebbe fatto scoppiare la bolla della propaganda russa, provocando il collasso del regime di Vladimir Putin. Ma la tanto attesa controffensiva ucraina, lanciata nella primavera del 2023, non è riuscita a segnare una svolta decisiva. La Russia occupa ancora il 20 per cento circa del territorio ucraino. Quando ho chiesto a Nayyem la sua opinione sulla fine della guerra, mi ha risposto: “Ho paura di pensarci”. Poi ha detto: “Non so cosa potrebbe significare la fine della guerra. Probabilmente non smetterò mai di avere paura che la guerra scoppi di nuovo, in qualsiasi momento. Perché la Russia non ha intenzione di andarsene”.

Ho avvertito la stessa stanchezza in diverse altre persone. “Per cosa stiamo combattendo? Per la terra?”, mi ha detto Katerina Sergatskova, una giornalista che ha avviato un programma di formazione sulla sicurezza per chi lavora nell’informazione. “Noi dichiariamo che continueremo a combattere finché l’impero russo non andrà in pezzi. Ma non succederà”.

Denys Kobzin, un sociologo di Charkiv in servizio militare effettivo, mi ha raccontato che prima della guerra frequentava dei corsi su come vivere totalmente immerso nel presente. “E ora da quasi due anni vivo esclusivamente nel presente. Divora tutta la tua energia. Non puoi sognare, non puoi immergerti nei ricordi, sei sempre un po’ su di giri. È una vita di incertezza assoluta, come se ti mettessi a correre senza sapere fino a dove dovrai correre. A volte devi accelerare, ma devi prima di tutto pensare a respirare”.

A novembre l’ex segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, che aveva a lungo tentato di promuovere dei negoziati di pace, ha suggerito che la Nato potrebbe accettare un’Ucraina privata dei territori attualmente occupati dalla Russia. Un’intesa di questo tipo potrebbe di fatto trasformare la linea del fronte in una frontiera e mettere fine ai combattimenti senza aprire negoziati con i russi. Un’idea ragionevole, secondo Nayyem: in fondo, dopo la seconda guerra mondiale la Germania Ovest è entrata nella Nato mentre la Germania Est era ancora occupata dall’Unione Sovietica. “Sai cosa c’è stato di buono nella seconda guerra mondiale?”, mi ha chiesto Nayyem con aria malinconica. “Che è finita”.

Un soldato ucraino lancia un drone. Regione di Zaporižžja, 14 settembre 2023  (Lynsey Addario, Getty)

Il demone della corruzione

A novembre la cerimonia d’inaugurazione del ponte è stata oscurata da un’altra notizia. Andrij Odarčenko, un parlamentare del partito di Zelenskyj, è stato fermato con l’accusa di aver cercato di corrompere Nayyem. Secondo i pubblici ministeri, Odarčenko aveva offerto a Nayyem una tangente per indirizzare i fondi a un’università di Charkiv che lui stesso era stato incaricato di dirigere. Allertata da Nayyem, l’agenzia anticorruzione aveva organizzato un’operazione speciale. Quando è sembrato che Odarčenko si fosse assicurato il finanziamento, Nayyem ha ricevuto diecimila dollari in bitcoin. A quel punto Odar­čenko è stato arrestato (si è sempre dichiarato innocente).

Questa era la situazione dell’Ucraina alla fine del 2023: un paese ancora in lotta contro il demone della corruzione, ancora ribelle, eppure visibilmente provato. Nayyem teme che, se la guerra continuasse a lungo, l’Ucraina potrebbe diventare sempre più simile alla Russia: autoritaria, corrotta, nichilista. “La Russia è la Russia perché dice che sta ‘combattendo i nazisti’”, ha spiegato, alludendo al falso pretesto usato da Putin per invadere l’Ucraina. “E noi rischiamo di diventare la Russia perché i nazisti li stiamo combattendo davvero”.

È un luogo comune sostenere che l’Ucraina è in guerra non solo per la sua sopravvivenza ma per il futuro della democrazia in Europa e altrove. Nel frattempo, però, nel paese la democrazia è in larga misura sospesa. Le elezioni presidenziali erano previste per il prossimo marzo. Fino alla fine di novembre Zelenskyj sembrava disposto a farle svolgere, ma alla fine ha deciso diversamente. “È meglio non votare ora: le elezioni sono sempre motivo di divisioni. E noi dobbiamo essere uniti”, mi ha detto Andrij Zagorodnjuk, ex ministro della difesa e attualmente consulente del governo.

Oggi tra i quattro e i sei milioni di ucraini vivono sotto l’occupazione russa, almeno altri quattro si trovano nei paesi dell’Unione europea, un altro milione vive in Russia e almeno mezzo milione risiede altrove all’estero. Altri quattro milioni sono sfollati interni. Queste cifre includono un gran numero di persone diventate maggiorenni dopo l’inizio della guerra e quindi assenti dai registri elettorali. “Le elezioni sono una discussione pubblica”, mi ha detto Oleksandra Romantsova, del Centro per le libertà civili dell’Ucraina, l’istituzione che nel 2022 ha condiviso il premio Nobel per la pace con l’ong russa Memorial e il dissidente bielorusso Ales Bjaljatski. “Ma un terzo della popolazione è impegnato in attività militari. E un altro terzo è sfollato”.

Con tutta questa gente esclusa dal dibattito pubblico, che significato avrebbero le elezioni? E poi c’è anche un problema di ordine pratico, ha aggiunto Romantsova: “Le elezioni creano assembramenti di persone”, che la Russia potrebbe facilmente bombardare.

Le macerie della città di Vuhledar, regione di Donetsk, 24 gennaio 2024 (Tyler Hicks, The New York Times/Contrasto)

Il governo attuale non sarebbe dovuto durare più di una legislatura. Volodymyr Zelenskyj – un ex comico protagonista di una serie tv in cui, sull’onda di una diffusa insofferenza per la classe dirigente del paese, un ingenuo insegnante conquista la presidenza della repubblica – è stato eletto quando l’Ucraina cercava un leader che non facesse il politico di professione. Zelenskyj aveva promesso di restare al potere per un solo mandato. Per le elezioni parlamentari del 2019, successive al suo insediamento alla presidenza, nelle liste del suo partito Servo del popolo c’erano solo candidati senza esperienza politica. “Solo facce nuove” era lo slogan. Il partito ha ottenuto 254 seggi su 450. Oggi, con le elezioni rinviate a data da definire, Zelenskyj e i giovani entrati in politica con lui rischiano di diventare come i vecchi funzionari che avevano promesso di sradicare: incollati alla poltrona.

All’inizio della guerra, quando la Russia bombardava Kiev quotidianamente, il parlamento ha dovuto valutare se continuare a riunirsi nella sua sede storica, che ha un tetto di vetro. Ha deciso di farlo, ma solo per votare progetti di legge sostenuti da una maggioranza e limitando la discussione degli emendamenti. Di fatto, questo ha spostato il centro dell’attività legislativa nell’ufficio del presidente. In questo modo è stata approvata l’introduzione della legge marziale, decisa da Zelenskyj il primo giorno di guerra, e regolarmente rinnovata. La legge marziale consente al governo di decidere chi può entrare e uscire dal paese – dall’inizio della guerra gli uomini sotto i sessant’anni di età non possono andarsene – e di regolamentare il lavoro dei mezzi di informazione.

Maratona di notizie

Subito dopo l’inizio della guerra l’ufficio di Zelenskyj ha sostituito il normale ciclo delle informazioni televisive con un telethon di ventiquattr’ore al giorno dedicato alle notizia sulla guerra. Nonostante il nome – “Telemaratona Notizie unite” – il format era stato concepito come una corsa sprint. Nei primi mesi del conflitto la programmazione aveva un chiaro senso di urgenza e di novità. Ora perfino i giorni peggiori – quando la Russia lancia attacchi che uccidono civili in tutto il paese – sono uguali a tutti gli altri, con la gente che muore più o meno nello stesso modo e negli stessi luoghi. È rimasto ben poco da analizzare. “L’unica cosa su cui tutti gli ucraini sono d’accordo è che la maratona delle notizie deve finire,” mi ha detto Romantsova.

Altri mezzi d’informazione controllati dal governo si rivolgono invece al pubblico internazionale. Gleb Gusev, 44 anni, testa rasata e barba cortissima, un tempo dirigeva Babel, un sito di informazione di qualità. Dopo l’invasione ha deciso di unirsi allo sforzo bellico. Insieme a una squadra di quaranta persone realizza video destinati ai social network per la United24Media, un’iniziativa presidenziale per divulgare i messaggi del governo ucraino tra il pubblico di lingua inglese. “Per dirla brutalmente, è propaganda”, mi ha detto Gusev. “Volendo essere più sfumati, è pubblicità. Il nostro compito è illustrare qualunque messaggio il governo voglia trasmettere”.

L’estate scorsa la squadra di Gusev ha promosso la visione del governo di un’Ucraina vittoriosa. “Ma poi la controffensiva si è impantanata e abbiamo cambiato marcia”. L’attenzione si è spostata sui problemi dell’economia e le storie delle persone colpite dalla guerra. Il canale You­Tube di United24 ha più di 900mila iscritti, altri 340mila seguono il suo account Instagram. “Il mio istinto di giornalista si ribella,” mi ha detto Gusev. “Ma poi penso: ‘Questo lavoro può fare la differenza’”.

La legge marziale ha bloccato alcune delle riforme più importanti

La legge marziale ha di fatto bloccato o cancellato alcune delle più importanti riforme democratiche adottate dopo Euromaidan, per esempio la decentralizzazione e l’elezione diretta delle amministrazioni locali. Ai sindaci in carica sono subentrate amministrazioni militari. Il risultato è un mosaico di autorità pubbliche che varia da regione a regione e da città a città. A novembre, dopo mesi di conflitto tra l’esercito e i consigli comunali sulla riscossione delle imposte sul reddito pagate dal personale militare, Zelenskyj ha firmato una legge che assegna i soldi alla difesa.

Oleksandr Solontay, un consigliere comunale che si è battuto contro la sostituzione delle amministrazioni civili con quelle militari, si è spesso chiesto se valesse la pena di continuare a fare politica: “Se non lottiamo per la democrazia, allora per cosa lottiamo?”. Allo stesso tempo però – ha proseguito – la Russia “sta cercando di cancellarci come nazione. Dobbiamo quindi chiederci se possiamo continuare a parlare di democrazia quando è in gioco la nostra sopravvivenza. Forse non dovremmo perdere tempo per questioni come l’inclusione, i diritti delle minoranze. Forse dovremmo semplicemente mandare tutti a combattere”.

La svolta necessaria

Per Zelenskyj l’autunno del 2023 è cominciato e finito peggio. Lui e i suoi collaboratori hanno passato buona parte della guerra barricati nel palazzo presidenziale a Kiev, in via Bankova, circondato da posti di blocco. L’edificio è quasi completamente buio. I sacchi di sabbia ammucchiati davanti alle finestre sono coperti da tende pieghettate. A ottobre, un articolo del settimanale Time ritraeva uno Zelenskyj esausto e sempre più isolato, con un’amministrazione demoralizzata dalla nascente consapevolezza di non poter vincere la guerra.

Due giorni dopo l’Economist ha pubblicato un breve articolo di Valeryj Zalužnyj, comandante in capo delle forze armate ucraine, che elencava cosa sarebbe servito all’Ucraina per riuscire a metter fine alla guerra: un’aeronautica avanzata, equipaggiamenti più sofisticati e un sistema più efficiente per arruolare e addestrare i combattenti. In un’intervista che accompagnava l’articolo, Zalužnyj – l’uomo più popolare del paese insieme a Zelenskyj – riconosceva che le aspettative sulla controffensiva ucraina si erano rivelate troppo ottimistiche. “Il generale Zalužnyj ammette che la guerra è in una situazione di stallo”, recitava il sommario.

Quando ho incontrato Zagorodnjuk, il consulente del governo, a novembre, mi ha detto che l’Economist aveva frainteso le dichiarazioni di Zalužnyj. “Uno stallo è quando nessuno può muoversi”, ha affermato. “Noi ci muoviamo sempre, avanti e indietro. Siamo quindi in uno stato di equilibrio”. Interpellato sulle pessimistiche previsioni di Zalužnyj, il presidente ha contraddetto senza troppa convinzione il suo comandante, dicendo che non era uno stallo. E, in ogni caso, che l’Ucraina non aveva altra scelta: doveva continuare a combattere ( pochi mesi dopo, l’8 febbraio 2024, Zalužnyj è stato destituito da Zelenskyj, che ha nominato al suo posto il generale Oleksandr Syrskyj).

A settembre Zelenskyj è andato a Wash­ington, dove all’inizio della guerra era stato accolto come un eroe: la portavoce della camera Nancy Pelosi l’aveva paragonato a Winston Churchill, e il congresso aveva approvato un pacchetto di aiuti da quasi 45 miliardi di dollari. Questa volta Zelenskyj non è stato invitato a parlare al congresso, dove è ferma la legge sui nuovi finanziamenti all’Ucraina. A novembre è andato a Washington Andrij Jermak, il capo dell’ufficio di presidenza, ma anche lui è tornato a mani vuote. Nel frattempo, anche gli aiuti promessi dagli altri paesi occidentali erano in ritardo o non erano arrivati affatto. E parte degli equipaggiamenti militari consegnati era vecchia o inaffidabile. “È come tirare fuori dal garage un’auto in ottime condizioni, ma di cinquant’anni fa, e usarla per gli spostamenti quotidiani”, mi ha detto Serhij Leščenko, consulente dell’amministrazione. “Prima o poi qualcosa si rompe”.

Quando l’ho incontrato, Leščenko era appena tornato dal fronte, nel Donbass, dove aveva consegnato tredici droni Mavic. A Kiev si parlava solo di droni. Tutta la fiducia e la speranza che gli ucraini e i sostenitori occidentali inizialmente avevano riposto in loro stessi, nel loro spirito combattivo e nell’acume tattico del loro esercito, ora era affidata ai droni. Un conoscente che si era arruolato volontario era pilota di droni; un amico giornalista reclutato di recente stava seguendo un corso per diventarlo. Alla stazione di Kiev, mentre stavo per lasciare l’Ucraina, ho incontrato un gruppo di americani che lavoravano per un miliardario statunitense intenzionato a lanciare una linea di produzione di droni in Ucraina.

Un drone da cinquecento dollari può distruggere un carro armato o un veicolo corazzato da milioni di dollari. “È una rivoluzione tecnologica”, ha affermato Zagorodnjuk. “Come con il circo: un tempo c’era il circo normale, poi è arrivato il Cirque du Soleil e lo spettacolo è cambiato per sempre”. L’Ucraina ha usato i droni fin dai primi giorni della guerra. Inizialmente erano strumenti di piccola taglia, acquistati con il crowdfunding in occidente. I russi erano in ritardo su questa tecnologia, ma nel frattempo hanno cominciato a produrli su vasta scala, mentre gli ucraini erano impegnati nei preparativi per la controffensiva. Ora sono loro ad affannarsi per tenere il passo del nemico.

Un insulto alla realtà

Negli ultimi giorni del 2023 la Russia ha lanciato un’ondata di attacchi con missili e droni contro obiettivi civili in tutto il paese, uccidendo decine di persone. Dopo aver dichiarato pubblicamente per quasi due anni l’impossibilità di un negoziato, alcuni funzionari dell’amministrazione di Zelenskyj hanno cominciato a sostenere che era Mosca a non voler negoziare. A differenza dell’Ucraina, il cui principale obiettivo rimane la liberazione dei territori occupati, la Russia – sostenevano – è interessata alla guerra in quanto tale: il suo obiettivo è far girare l’economia di guerra e la macchina della propaganda. “Questa guerra non finirà con dei negoziati,” mi ha detto Zagorod­njuk. “Perché Putin dovrebbe voler negoziare?”. Con la controffensiva ucraina che segna il passo e la solidarietà occidentale sempre più incerta, il tempo è dalla parte di Mosca.

Soldati ucraini durante un’esercitazione nella regione di Donetsk, 4 gennaio 2024 (Finbarr O’Reilly, The New York Times/Contrasto)

A dicembre il New York Times ha scritto che il Cremlino stava tastando il terreno per un possibile cessate il fuoco, rivolgendosi però solo a funzionari statunitensi e occidentali, senza negoziare direttamente con Kiev. Un portavoce dell’ufficio di Jermak ha suggerito che queste aperture erano “segnali” inviati alle opinioni pubbliche occidentali. “Si tratta di operazioni informative dei servizi russi oppure di voci non confermate e poi smentite dai fatti, cioè dai bombardamenti sulle città ucraine”, ha detto il funzionario. “Le dichiarazioni russe sulla disponibilità a negoziare sono un insulto alla realtà”. Oggi secondo Kiev qualunque accordo offrirebbe a Mosca l’opportunità di riorganizzarsi e riprendere i combattimenti. “La Russia non combatte per la terra”, mi ha detto Mychajlo Podoljak, consigliere politico di Zelenskyj, “ma per il suo diritto a vivere nel passato”.

Finire il lavoro

Cinque mesi prima dell’invasione dell’Ucraina, nel settembre 2021, avevo visto Zelenskyj parlare a una conferenza politica organizzata dal miliardario ucraino Viktor Pinčuk. L’evento, di un lusso ostentato ma in qualche modo progressista, si teneva al museo d’arte nazionale di Kiev. Pinčuk aveva invitato importanti giornalisti occidentali, tra cui Fareed Zakaria della Cnn e Rana Foroohar del Financial Times, per moderare i gruppi di lavoro. Tra i partecipanti c’erano l’ex primo ministro svedese Carl Bildt, l’ex presidente polacco Aleksandr Kwaśniewski e l’ex presidente ucraino Leonid Kučma, suocero di Pinčuk. Erano previsti pasti raffinati, tutti vegetariani, e i biscotti arrivavano in confezioni monoporzione dove si precisava che erano stati preparati da adolescenti con bisogni speciali.

Zelenskyj, che all’epoca era in carica da due anni e mezzo, salì sul palco insieme a Stephen Sackur, conduttore del programma Hardtalk della Bbc. La sua popolarità era nettamente diminuita rispetto alla prima fase del suo mandato. A una domanda di Sackur sulla lotta alla corruzione, Zelenskyj sembrò innervosirsi. “Non mi piace il tono delle sue domande,” disse, accusando poi Sackur di perpetuare una “visione caricaturale” dell’Ucraina, che ignorava i progressi del paese, tra cui la riforma della giustizia e la creazione di un importante settore industriale hi-tech.

Mentre Zelenskyj tornava verso la sua auto, un giornalista gli chiese se pensava di ricandidarsi. In quel momento era chiaro che se avesse davvero voluto rispettare l’impegno di combattere la corruzione, Zelenskyj avrebbe dovuto violare la promessa di restare in carica per un solo mandato. Così rispose che avrebbe preferito finire quello che aveva cominciato per poi andare in vacanza.

Denaro, potere e burocrazia

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991, gli stati che ne avevano fatto parte diventarono indipendenti e si ricostruirono sopra un particolarissimo tipo di macerie: burocrazie sterminate, economie pianificate e diffusa corruzione. I politologi ungheresi Bálint Magyar e Bálint Madlovics hanno classificato questi regimi in tre categorie: liberaldemocrazie, come gli stati baltici Estonia, Lettonia e Lituania; autocrazie padronali, come la Russia e la Bielorussia; e democrazie padronali, come l’Ucraina. Secondo Magyar e Madlovics l’autocrazia è un “sistema a piramide unica”, mentre la democrazia è “multi-piramidale”. In una democrazia padronale ci sono quindi diversi attori politici, ma le reti concorrenti sono tutte legate al denaro e al potere gestiti da una sola persona, erede del sistema burocratico sovietico. Magyar e Madlovics hanno chiamato queste reti “strutture ostinate”.

Parte del problema delle democrazie patronali è che i padroni sono anche i pilastri del sistema politico. “Le riforme ucraine io le chiamo ‘riforme calcio-in-culo’”, mi ha detto il politico Oleh Rybačuk. “Dai un calcio in culo a qualcuno e le riforme vanno un pochino avanti, ne dai uno a qualcun altro e progrediscono un altro po’”. Tuttavia, il fatto che oggi l’occidente pretenda queste riforme dall’Ucraina – un paese che ha sopportato perdite indicibili nella sua lotta per la democrazia – può sembrare dolorosamente ingiusto. “È difficile costruire meccanismi contro la corruzione nel mezzo di una guerra,” mi ha detto Nayyem. “La corruzione diminuisce quando c’è meno denaro. E quando c’è una guerra girano un sacco di soldi”. Poi ha osservato che le autorità giudiziarie occidentali non hanno ancora ideato un metodo per sequestrare i beni russi all’estero e destinarli all’Ucraina a titolo di riparazioni in tempo reale. “In pratica l’occidente ci sta dicendo che non ha le risorse per sequestrare beni sul suo territorio, a Londra o a New York. E noi, nell’Ucraina in guerra, dovremmo averle per arrestare i corrotti?”.

Prima della guerra, Zelenskyj aveva firmato una legge ambiziosa che mirava a proteggere la politica ucraina dall’influenza dei miliardari. La legge istituiva un registro di oligarchi a cui sarebbe stato vietato finanziare le attività dei partiti e presentare offerte per l’acquisto di beni pubblici nelle privatizzazioni. Il politologo Michail Minakov ha scritto che la guerra ha contribuito ad accelerare la de-oligarchizzazione del paese, sia rafforzando la presidenza sia togliendo agli oligarchi parte delle loro fortune. Con gli oligarchi indeboliti, scriveva Minakov all’inizio del 2023, la questione era stabilire quale sistema avrebbe sostituito quello della democrazia padronale: la liberaldemocrazia o l’autocrazia? “Con la centralizzazione del potere, il pieno controllo del governo sui flussi dell’informazione e la legge marziale, la società potrebbe essere pronta ad accettare un regime padronale a piramide unica in cambio della vittoria e di una rapida ripresa economica”, ammoniva Minakov. Poi, però, spiegava che con una vittoria dell’Ucraina – che allora sembrava vicina – l’appoggio a un sistema simile sarebbe durato poco.

Anche Zelenskyj, inizialmente un outsider della politica, ha una specie di “rete padronale”. L’ufficio del presidente è guidato da Andrij Jermak, un ex produttore cinematografico di 52 anni. Le persone che hanno a che fare regolarmente con l’amministrazione parlano di Jermak come se avesse più potere del presidente. Uno dei suoi vice, Oleh Tatarov, è stato accusato di peculato, ma quando le autorità anticorruzione hanno aperto un’indagine, Jermak l’ha difeso pubblicamente e poco dopo l’indagine è stata chiusa. Da allora sono emerse altre accuse, ma Tatarov ha conservato il suo incarico. Jermak non era disposto a tollerare cose che potessero rallentare il lavoro del governo (il suo portavoce ha dichiarato che Jermak non è mai stato implicato in un’indagine su Tatarov).

La convinzione che in guerra si debba agire e che i dettagli debbano essere chiariti in seguito ha guadagnato terreno nei palazzi del governo. “Il rischio di autoritarismo rappresentato da Zelenskyj è diverso da quello che conoscevamo in precedenza”, mi ha detto Natalija Gumenjuk, una delle più note giornaliste del paese. “Non cerca di arricchirsi, vuole efficienza. Questo non significa che sia meglio”, ha aggiunto dopo una pausa.

Doppi standard

Nel 2021 la conferenza al museo si concluse con una cena di addio nella sala principale. Ma una trentina di ospiti, compresa la sottoscritta e altri giornalisti, furono invitati a raggiungere Pinčuk in un’altra sala. Qui il menu prometteva bistecca e vini dalla collezione del miliardario. “Sono stufo di questa merda vegana”, disse Pinčuk durante un brindisi (il suo staff ha contestato la ricostruzione di questo episodio). Anche se i presenti non erano formalmente tenuti alla riservatezza, Pinčuk dava chiaramente per scontato che nessuno avrebbe fatto parola della sua disinvolta smentita dei valori ufficialmente sbandierati nella conferenza. È così che funzionano le reti padronali: ci sono le regole ufficiali, e poi quelle per i ricchi con i giusti agganci, i quali sanno, sulla base di decenni di esperienza, che la gente gli farà i favori necessari e manterrà i loro segreti.

“È difficile costruire meccanismi contro la corruzione nel mezzo di una guerra”

Gli ucraini, in realtà, stanno combattendo la corruzione, anche se ogni arresto amplifica la sensazione che il problema sia enorme e incurabile. Nel settembre 2023, dopo che alcuni giornalisti avevano trovato le prove che il ministero della difesa stava acquistando viveri e capi di abbigliamento a prezzi gonfiati, Zelenskyj è stato costretto a rimuovere il ministro della difesa, Oleksij Reznikov (Reznikov ha definito le irregolarità “errori tecnici” e il governo ha avviato un’indagine).

L’Ucraina ha anche trovato gli strumenti per confiscare gli utili delle aziende e usarli per obiettivi pubblici: per esempio, la costruzione di condotte idriche nella zona intorno alla diga di Nova Kachov­ka, fatta saltare dai russi lo scorso giugno. L’operazione, condotta dall’agenzia di Nayyem, è stata completata in pochi mesi; in tempo di pace ci sarebbero voluti anni. L’agenzia ha semplificato diversi aspetti della procedura burocratica, compresa la revisione ambientale. “È vero, non tutto può essere trasparente in tempo di guerra. E molti ne approfittano”, ha detto Nayyem. “Ne verremo a capo, ma in effetti stiamo perdendo tempo”.

Le casette polacche

A novembre ho attraversato il ponte ricostruito alla periferia ovest di Kiev. L’ultima volta che avevo visitato Buča, nel giugno 2022, erano appena state consegnate le case modulari donate dalla Polonia. Sembravano pulite e moderne, ma la gente del posto non si fidava. Gli ucraini si tramandano le case di generazione in generazione. Pensano che una vera casa debba avere le fondamenta ed essere fatta di mattoni. Nayyem la chiama “mentalità da Jimmy”, dal nome del più assennato dei Tre porcellini. Così, quando la sua agenzia si è offerta di sostituire le case distrutte con alloggi in materiali più moderni e leggeri, molti hanno pensato che fosse un pessimo affare.

A Buča, in effetti, chi era sopravvissuto all’occupazione russa poteva permettersi di essere esigente. Diversi magnati stranieri erano venuti a visitare le rovine della città, per esempio Howard Buffett, figlio del miliardario Warren Buffett, che ha promesso 500 milioni di dollari per la ricostruzione. A novembre ho percorso in auto via Vokzalna, passando per quella che oggi si chiama piazza Buffett, insieme a Kateryna Ukraintseva, avvocata, attivista e consigliera comunale a Buča. Nella primavera del 2022 questa strada era disseminata di carri armati bruciati e di cadaveri di civili, che spesso erano stati trascinati fuori casa e uccisi. Non c’era una struttura rimasta intatta. Oggi la via è fiancheggiata di case color pastello protette da recinti di metallo. Tuttavia, mi ha detto Ukraintseva, “molti non hanno i soldi per comprare i mobili”.

A Buča, dove in passato abitavano persone della classe media, oggi molti faticano a tirare avanti. I residenti più ricchi hanno lasciato il paese e la disoccupazione è molto alta. Quando ha pubblicato un annuncio per trovare un assistente per il suo studio legale, Ukraintseva pensava di dover assumere un giovane poco qualificato. Invece ha ricevuto numerosi curriculum da avvocati d’esperienza che non riuscivano a trovare lavoro. Il suo studio si occupa soprattutto di diritto d’impresa. Negli ultimi tempi, inoltre, aiuta le donne a destreggiarsi tra le leggi e la burocrazia per rintracciare i corpi dei loro cari e dargli degna sepoltura.

In consiglio comunale Ukraintseva è all’opposizione del sindaco, Anatolij Fëdo­ruk. Come molte persone che ho conosciuto a Buča, lo ritiene almeno in parte responsabile dell’impreparazione della città all’inizio della guerra. Non era stata predisposta una difesa territoriale, non c’erano piani di evacuazione e fino all’ultimo Fëdoruk aveva detto che non ci sarebbe stata nessuna invasione (il sindaco sostiene che le iniziative di difesa e di evacuazione dovevano essere organizzate da autorità superiori). Fëdoruk è sindaco di Buča da 25 anni. “Come Putin!”, ha detto Ukraintseva. Ma non può essere rimosso: con la legge marziale, anche le elezioni comunali sono sospese.

Gli abitanti di Buča passano accanto ai prefabbricati polacchi andando e tornando dal mercato. Dalle finestre si vede dentro. In ogni stanza ci sono due letti a castello: forse i progettisti avevano in mente dei single o delle famiglie con bambini, ma in molte casette vivono due coppie. In Ucraina tanti sfollati interni hanno disabilità fisiche o mentali. Volenti o nolenti, gli sconosciuti che dividono le stesse stanze devono occuparsi gli uni degli altri.

La guerra ha creato nuova gerarchia socioeconomica. Prima dell’invasione, milioni di ucraini dipendevano dalle rimesse, ma nel 2022 il totale dei soldi inviati dall’estero è diminuito del 5 per cento e, secondo le stime, nel 2023 si è ridotto ancora. Il calo è in gran parte compensato dagli aiuti internazionali. “Sai chi è il più grande nemico della democrazia?”, mi ha chiesto Solontay. “La povertà. Un paese ricco senza democrazia può anche esistere, ma non può esistere un paese povero con la democrazia”. Nessuno deve pensare di non avere niente da perdere. Eppure, gli sfollati interni formano una nuova sottoclasse sociale. Sono quasi sempre disoccupati e spesso vivono in alloggi pensati per situazioni di emergenza, com’era la guerra prima che cominciasse a sembrare infinita.

Se la guerra crea nuove divisioni sociali ed economiche, l’esercito le cancella

Il grattacielo dove abita Ukraintseva è stato danneggiato da un colpo di mortaio e saccheggiato dai soldati russi. Da allora è stato riparato. Oggi Ukraintseva dirige le sue operazioni di volontariato da un piccolo ufficio al piano terra. Raccoglie fondi per comprare equipaggiamenti destinati ai militari. Quando sono andata a trovarla, abbiamo raggiunto in auto la stazione dei pullman di Kiev per ritirare dei terminali Starlink spediti dalla Germania. Ukraintseva mi ha fatto vedere le foto dei soldati che aveva aiutato. Alcuni erano morti. Ogni immagine era accompagnata da una storia. Un gruppo di ragazzi aveva chiesto un amplificatore wifi per potersi connettere a internet con i cellulari. Lei l’ha tirato fuori da un cassetto della scrivania e me l’ha mostrato. “Ma non è sicuro”, ho detto io.

“Niente è sicuro”, ha risposto.

Tornare a casa

Ho incontrato Denys Kobzin in un birrificio alla periferia di Kiev, pieno di uomini che all’apparenza sembravano impiegati ma che, come Kobzin, in molti casi erano soldati residenti nelle vicinanze che si concedevano una birra prima del coprifuoco. Mi ha confessato di non aver mai veramente capito lo stress post-traumatico finché non ha vissuto la guerra. “La corteccia prefrontale viene sopraffatta”, ha detto. “L’amigdala diventa più forte. Vedi minacce ovunque. È estenuante. Non riesci a concentrarti. Aggiungici la morte di un compagno in battaglia o un problema in famiglia. Non reggi più”. Kobzin ha assistito veterani e soldati. “E sono riuscito a dissuaderne un paio che volevano suicidarsi”, mi ha detto.

Chi è rimasto nel paese spesso è critico nei confronti degli ucraini all’estero. “Sono molto arrabbiata con le donne che se ne vanno e lasciano qui i mariti”, mi ha detto Ukraintseva. “O sei una famiglia o non lo sei. Bisognerebbe affrontare le cose insieme”. I divorzi sono aumentati ed è opinione diffusa che molte donne partite per l’Europa occidentale si siano costruite una nuova vita. “Tutti gli uomini di mia conoscenza che hanno mandato moglie e figli all’estero ora sono divorziati”, ha aggiunto Kobzin. “Il divario tra chi ha combattuto, e combatte ancora, e chi non l’ha mai fatto sta crescendo”.

Anche Leščenko, il consigliere di Zelenskyj, la pensa così. “È ora che chi si considera ucraino rientri a casa”, ha detto. “A Kiev le scuole sono aperte e tutte hanno un rifugio antiaereo. I miei amici che continuano a trovare scuse smettono di essere miei amici”. L’unica persona con cui ho parlato che non condivide questo sentimento è il fratello di Nayyem, Masi, un avvocato che si è arruolato volontario. Ha perso l’occhio destro quando il veicolo in cui si trovava è saltato in aria. “È stato psicologicamente molto impegnativo, mi hanno rimosso questa parte del cervello”, mi ha detto toccandosi la fronte sopra l’occhio ferito. “Fatico a controllare le emozioni. Mi agito facilmente. Ho attacchi di panico”. Oggi dirige ancora il suo studio legale, dove lavorano circa trenta avvocati. “Sono felice per chi ha lasciato l’Ucraina portando via i bambini”, mi ha detto. “Così come sono grato a mio padre che mi ha portato qui quando avevo cinque anni per non farmi vedere la guerra”.

Se la guerra crea nuove divisioni sociali ed economiche, l’esercito le cancella. “Ho passato gran parte degli ultimi due anni tra persone con cui in tempo di pace non avrei mai potuto immaginare di trovarmi nella stessa stanza”, mi ha detto Kobzin. “Un azero, un armeno, un ebreo, un antisemita, un piccolo criminale e un grande imprenditore. Siamo sempre riusciti a evitare contrasti, in un primo momento perché avevamo tutti in comune un obiettivo superiore, e in seguito perché avevamo creato dei legami profondi. Magari c’è quello che continua a parlare di teorie complottiste antisemite, ma è sempre della famiglia. Domani andremo in battaglia e potremo contare solo l’uno sull’altro”. Della compagnia di cento persone con cui Kobzin era all’inizio della guerra, circa 35 sono state gravemente ferite e più di dieci sono morte. Le altre sono ancora in servizio.

Mentre ero in Ucraina, il parlamento, che ha ripreso quasi interamente l’attività dopo il primo anno di guerra, stava esaminando alcuni disegni di legge per legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso e la cannabis per scopo terapeutico. Il primo provvedimento consentirebbe al paese di rispettare alcuni requisiti per l’ingresso nell’Unione europea ed è semplicemente giusto nei confronti delle persone lgbt che prestano servizio nelle forze armate. Il secondo aiuterebbe i veterani che soffrono di stress post-traumatico. A dicembre, il parlamento ha legalizzato la cannabis medica, mentre sulle unioni deve ancora decidere. “Sono tutti segnali che la società si muove nella direzione dell’Europa,” mi ha detto Leščenko.

A metà dicembre l’Unione europea ha aperto i negoziati ufficiali per l’adesione dell’Ucraina. Per essere ammesso il paese dovrà soddisfare una serie di criteri politici, economici e giuridici – tra cui la costruzione di istituzioni politiche efficienti, il rispetto dei diritti delle minoranze e la cancellazione della corruzione – che non sono rispettati neppure da alcuni paesi già parte dell’Unione, come l’Ungheria. Secondo un rapporto dell’ong Istituto democratico nazionale (Ndi) un problema cruciale è la mancanza di pluralismo nel campo dell’informazione. Allo stesso tempo, però, l’Ndi ha anche riscontrato un aumento del sostegno ai diritti della comunità lgbt: il 72 per cento rispetto al 28 per cento del 2019. A differenza di molte altre società in guerra, negli ultimi due anni l’Ucraina è diventata più tollerante. “L’Europa è la nostra ideologia”, mi ha detto Solontay. “È un faro. E noi stiamo nuotando verso di lei”.

Solontay ha poi aggiunto che, nei suoi sforzi per aiutare le amministrazioni in carica a conservare il potere, si è reso conto che nel paese “c’è sempre più guerra e sempre meno democrazia. E quando la democrazia resiste, è quasi per caso”.

Tutte le persone con cui ho parlato in Ucraina negli scorsi mesi hanno detto che non pensano più alla fine del conflitto. Non riescono a immaginarla. E questo il segnale più preoccupante. Dopotutto, la democrazia è la convinzione che il mondo può migliorare. Gli ucraini, però, non si arrendono. “Ho rinunciato alla mia libertà per combattere per la mia libertà”, mi ha detto Kobzin. “E questo vale per quasi tutte le persone che conosco”. ◆ gc

Masha Gessen è una scrittrice e giornalista russo-statunitense, di identità non binaria. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’uomo senza volto. L’improbabile ascesa di Vladimir Putin (Sellerio 2022).

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Questo articolo è uscito sul numero 1551 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati