Secondo alcuni potrebbe essere il più grande giacimento di petrolio in mare aperto del mondo. Le stime parlano di undici miliardi di barili di greggio. La scoperta è stata fatta nel 2022 dalla TotalEnergies e dalla Shell, al largo delle coste della Namibia e ha suscitato un entusiasmo del tutto comprensibile nel paese africano: anche se solo una piccola parte di questo greggio fosse effettivamente sfruttata, porterebbe una ricchezza prima inimmaginabile. Ma considerando quello che i giacimenti petroliferi hanno significato per altri paesi del continente, sorge spontanea una buona dose di cautela. “La cattiva gestione può generare corruzione e disuguaglianze, che a loro volta alimentano tensioni sociali e instabilità politica”, ha dichiarato il ministro namibiano delle miniere e dell’energia, Tom Alweendo. Secondo le stime del governo, il giacimento potrebbe far raddoppiare le dimensioni dell’economia nazionale. Maggie Shino, commissaria per il petrolio della Namibia, afferma che le royalty, le tasse e i dividendi dell’azienda petrolifera di stato rappresenterebbero il 58 per cento del valore di ogni barile di greggio. Tuttavia Graham Hopwood, direttore esecutivo del centro studi britannico Institute for public policy research (Ippr), spiega che sarà fondamentale evitare la corruzione. “Tra dieci anni la Namibia dovrebbe diventare il più importante produttore petrolifero dell’Africa subsahariana, dopo la Nigeria e l’Angola. Ma se guardiamo a questi due stati, in entrambi i casi più del 40 per cento della popolazione vive in condizioni di grave povertà”.

Considerando il modo in cui in passato il governo namibiano ha usato le entrate delle risorse minerarie, alcuni ritengono improbabile che il nuovo giacimento possa migliorare le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini. “La Namibia ha abbondanti risorse naturali e minerarie, dall’oro all’uranio ai diamanti, ma uno dei livelli di disuguaglianza più alti del mondo”, dice Reinhold Mangundu, della Saving Okavango, un’associazione che si batte contro lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas nel bacino del fiume Okavango. Secondo una ricerca di Afrobarometer, la popolarità del governo è in calo e la fiducia nel presidente Hage Geingob è crollata dal 50 al 25 per cento tra il 2014 e il 2021. Stessa sorte ha subìto la South west african people’s organization (Swapo), il partito al potere. Il fatto che la dirigenza della National Petroleum Corporation of Namibia (Namcor), l’azienda petrolifera di stato, sia stata colpita da diversi scandali non è certo di aiuto. A marzo la presidente Jennifer Comalie è stata arrestata dopo che nella sua auto ferma nel parcheggio dell’azienda è stata trovata della droga. La manager ha negato ogni accusa e ha denunciato lotte interne alla Namcor. Ad aprile Immanuel Mulunga, il direttore generale del gruppo, è stato sospeso con l’accusa di aver pagato tangenti per comprare attività petrolifere in Angola.

Sostenibilità commerciale

Nelle acque dell’oceano Atlantico le trivellazioni procedono a pieno ritmo, insieme alla costruzione di molte piattaforme petrolifere, mentre la Shell e la TotalEnergies studiano i giacimenti per valutarne la sostenibilità commerciale. Anche se non tutte le trivellazioni andranno a buon fine, secondo la Namcor il paese potrebbe cominciare a produrre petrolio entro il 2029. Tuttavia la maggior parte delle infrastrutture richieste non è stata ancora realizzata. L’azienda portuale di stato prevede d’investire 2,1 miliardi di dollari, ma qualsiasi sviluppo nello sfruttamento delle risorse dovrà passare al vaglio del ministero delle miniere e dell’energia. Le scoperte hanno generato aspettative enormi.

Nel 2022 Dennis Zekveld, all’epoca responsabile della Shell per la Namibia, ha raccontato che un addetto alle pulizie gli aveva mostrato un articolo di giornale in cui si moltiplicava un numero ipotetico di barili per il prezzo del petrolio. Ha raccontato di aver usato una lavagna per spiegare a quella persona come funzionano in realtà le esplorazioni e la produzione in campo petrolifero, dove non è sempre facile stabilire la ricchezza di un giacimento. “Le persone si aspettano l’imminente soluzione di tutti i problemi economici, ma è una prospettiva irrealistica”, dichiara Hopwood. “Non sono ancora convinto che saremo in grado aumentare l’occupazione per i namibiani, soprattutto per i giovani”.

Secondo la Namcor, i progetti della TotalEnergies e della Shell creeranno fino a 3.600 posti di lavoro. Nel frattempo l’azienda ha avviato la formazione del personale, per poter subentrare alle due multinazionali. Quest’urgenza è spiegabile in parte con il fatto che il settore energetico sta cambiando rapidamente con l’obiettivo di eliminare l’uso dei combustibili fossili. Ad agosto l’azienda petrolifera italiana Eni ha avviato la produzione a Baleine, in Costa d’Avorio, cominciando a estrarre greggio a meno di due anni dalla scoperta del giacimento. Fino a non molto tempo fa di solito passavano almeno dieci anni prima che un nuovo giacimento diventasse operativo.

A differenza di quant’è successo in Sudafrica, dove le organizzazioni ambientaliste sono riuscite a bloccare i progetti di trivellazione della Shell e di altre aziende partner, in Namibia poche delle organizzazioni della società civile “hanno partecipato in modo efficace al dibattito nazionale”, afferma Mangundu, che ha messo in discussione le procedure con cui sono state accordate le licenze d’esplorazione alla canadese ReconAfrica nel bacino del fiume Okavango.

Secondo il ministro Alweendo, però, gli obiettivi di paesi e gruppi d’interesse globali nel campo della transizione energetica non tengono conto dei vantaggi della Namibia. “È una mentalità paternalistica”, osserva. “Dimostra una totale mancanza di attenzione per le immense sfide in campo economico di paesi meno industrializzati come il nostro”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1532 di Internazionale, a pagina 111. Compra questo numero | Abbonati