Alexander Van der Bellen saluta i suoi sostenitori dopo la vittoria al secondo turno delle presidenziali a Vienna, in Austria, il 23 maggio 2016.
  • 23 Mag 2016 20.35

Dopo le elezioni l’Austria non è più la stessa

Gerhard Mumelter
23 maggio 2016 20:35

È stata una battaglia impietosa e senza esclusioni di colpi. Una battaglia elettorale con clamorose sorprese; la fase calda si è protratta per un intero mese. Queste elezioni lasceranno una traccia. L’Austria dopo le rocambolesche presidenziali non è più la stessa. Da paese ospitale e pacifico si è tramutato in un paese xenofobo, pronto a costruire barriere al Brennero e a chiudere il confine con il filo spinato.

In Austria un cittadino su due ha votato per un partito di estrema destra, il cui candidato, Norbert Hofer, solo per soffio non è diventato presidente federale. E per ora non potrà realizzare i suoi propositi di far dimettere il governo e di sciogliere il parlamento. Con un fiume di voti il paese ha definitivamente sdoganato il partito di Heinz-Christian Strache, capo ultranazionalista e antieuropeo che chiede la riunificazione di Austria e Alto Adige, definisce gli immigrati “parassiti” e Vladimir Putin “vero democratico”. Che pronuncia frasi come: “Siamo noi i nuovi ebrei” e si scatena contro le “lobby gay”.

Riconciliare il paese

Norbert Hofer è comparso all’orizzonte come una meteora. Da deputato poco conosciuto è riuscito a sconvolgere i sondaggi e a staccare di 14 punti una personalità nota e stimata come Alexander Van der Bellen. La sua netta vittoria al primo turno nonché la disastrosa sconfitta dei due partiti tradizionali ha bruscamente svegliato e messo in allarme centinaia di migliaia di austriaci, che si sono mobilitati per evitare il peggio.

Migliaia di artisti, professori universitari, scrittori, ma anche molti semplici cittadini hanno sostenuto la campagna di Alexander Van der Bellen, permettendogli di vincere per un soffio. Per sei anni il il pacifico professore vigilerà sulla costituzione della repubblica austriaca, in cui i partiti stanno scricchiolando pericolosamente.

Popolari e socialisti che governano il paese dal dopoguerra rischiano di essere spazzati via dall’ondata di populismo che sta travolgendo il paese. L’Austria ha bisogno di riscoprire il suo glorioso passato plurilinguistico, raccontato magistralmente da Joseph Roth e di rivalutare il ruolo cosmopolita che ha fatto di Vienna una metropoli frequentata da spiriti creativi di tutto il mondo. Invece si presenta nel ruolo di un paese piegato su se stesso e chiuso a riccio.

A questo grande passato ha fatto riferimento Alexander Van der Bellen nel suo primo discorso da presidente. “L’Austria ha bisogno di una nuova cultura politica che non divida, ma unisca”, ha detto il vincitore del ballottaggio. “La diversità è un aspetto positivo purché ci si rispetti. Non dobbiamo scavare fossati, ma chiuderli”. Con un gesto generoso Van der Bellen ha annunciato di voler “unire un popolo troppo diviso”, ringraziando il suo avversario Norbert Hofer “con rispetto e riconoscenza”.

Il fatto che migliaia di austriaci in queste settimane abbiano discusso animatamente e anche litigato non dovrebbe essere giudicato un fenomeno negativo: “Ci sono ansie diffuse, molti cittadini non si sentono ascoltati e capiti”, ha detto Van der Bellen alla fine del suo discorso, dedicato quasi esclusivamente al compito prioritario di riconciliare il paese: “Chiedo la fiducia anche agli elettori di Norbert Hofer”.

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