Nel 1896 un gruppo di famiglie contadine della piana di Gioia Tauro guidate da Ferdinando Rombolà, conosciuto come “il Baraonda”, fondò Eranova, un piccolo villaggio che doveva favorire più libertà e autonomia.
La nascita del paese rappresentava una risposta alle difficili condizioni dei contadini dell’epoca e al potere dei grandi proprietari terrieri. Il nome Eranova, nuova era, racchiudeva il sogno di una società fondata sulla solidarietà, sul lavoro condiviso e sull’indipendenza. All’ingresso del paese una targa ricordava che il giorno della fondazione coincideva simbolicamente con quello dell’emancipazione della comunità.
Quasi un secolo dopo, però, quella esperienza fu cancellata. Negli anni settanta il governo italiano scelse proprio l’area di Eranova per costruire il quinto centro siderurgico italiano, una grande acciaieria che avrebbe dovuto diventare uno dei simboli del rilancio industriale del Mezzogiorno.
Per fare spazio al progetto, il paese fu demolito. Nell’estate del 1975 circa seicento abitanti furono costretti a lasciare le proprie case e trasferiti nei nuovi insediamenti di Villaggio Praia e contrada Mazzagatti. Furono abbattuti più di 700mila alberi.
Tuttavia, l’acciaieria non fu mai costruita. Dopo anni di rinvii, proteste e cambiamenti nei piani industriali, il progetto fu definitivamente abbandonato. Negli anni novanta l’area di Eranova subì una nuova trasformazione con la costruzione del porto di Gioia Tauro, uno dei più grandi d’Europa, anche questo presentato come una grande occasione di sviluppo.
L’ultima campana
La vicenda di Eranova è stata ricostruita dal fotografo Martin Errichello nel suo podcast Campanamuta, un progetto in sei episodi dedicato alla memoria del luogo e dei suoi abitanti. Il titolo richiama la campana della chiesa, l’ultimo edificio del paese a essere demolito e l’unico oggetto sopravvissuto di quella comunità. Il podcast è insieme un viaggio nella memoria del paese scomparso e una riflessione sul rapporto tra progresso, territorio e identità.
Errichello si è imbattuto nella storia di Eranova nel 2017, mentre lavorava al progetto In quarta persona, poi diventato un libro realizzato insieme a Filippo Menichetti e dedicato alla Calabria e ai cambiamenti economici, politici e ambientali che hanno segnato il territorio. In un primo momento aveva immaginato di raccontare questa vicenda attraverso un film. “Tornavo spesso ad ascoltare le interviste fatte ad alcuni ex abitanti di Eranova o a osservare le loro numerose fotografie di famiglia, raccolte anni prima. Ho capito quasi subito che avevo tra le mani una storia di rara densità emotiva e storica, dai tratti leggendari. Le parole, la scrittura, il formato sonoro del podcast, mi hanno permesso di fare un viaggio nella storia, nella filosofia, ma anche dentro me stesso”, racconta Errichello.
Nel corso degli anni il fotografo ha raccolto immagini, filmati e testimonianze che gli hanno permesso di raccontare la storia di un paese cancellato ma ancora vivo nella memoria dei suoi abitanti. Una parte consistente del materiale proviene dalla famiglia Giovinazzo, in particolare dai fratelli Salvatore e Marisa, che hanno conservato nel tempo fotografie, documenti e ricordi di Eranova e della sua comunità. Altre immagini, soprattutto quelle che documentano la demolizione del paese, appartengono a Salvatore Arena, un fotografo amatoriale di San Ferdinando che Errichello ha incontrato casualmente su una spiaggia. Altre ancora sono rimaste anonime e fanno ormai parte della memoria collettiva.
Le cose rotte
Dopo il podcast, Errichello ha deciso di cominciare a lavorare al film che aveva immaginato all’inizio del suo percorso di ricerca. “L’obiettivo è continuare a interrogarsi sul rapporto tra autorità e libertà, tra potere e individuo, in una prospettiva politica ma anche esistenziale. Gli 87 anni di Eranova sono esemplari per capire dove eravamo, dove siamo e dove saremo”, dice.
In un episodio di Campanamuta cita il filosofo tedesco Walter Benjamin, che suggeriva la necessità di “concentrarsi sulle fratture, sulle spaccature, sulle discontinuità, sui conflitti. Scoprire, nell’analisi dei piccoli momenti individuali, il cristallo dell’evento totale”.
“Occuparsi delle ‘cose rotte’, delle campane ammutolite dalla storia, è un buon modo per me di abitare il mondo”, dice Errichiello.
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