C’è un istante, prima che il dolore cominci, in cui lo shock ci conduce da un momento al momento successivo. È il nostro ponte, la nostra difesa temporanea contro l’impensabile. Questa volta lo shock deve portarci più lontano del solito. Gli eventi di un assolato martedì mattina toccheranno migliaia e migliaia di famiglie americane.
Il dolore sarà diffuso e profondo. Potrebbero volerci giorni prima che amici e conoscenti delle vittime si rendano conto delle perdite. Era dai giorni delle nostre guerre – il Vietnam, e in precedenza la Prima e la Seconda guerra mondiale – che tante persone non erano coinvolte dalla strage di vite umane.
Il desiderio di una spiegazione completa e immediata è tanto comprensibile quanto inutile. Non c’è dubbio che un giorno arriverà, ma anche allora non sarà soddisfacente.
Una strage annunciata
Per quanto possano essere sconvolgenti, gli eventi di martedì 11 settembre non sono una totale sorpresa. Da qualche anno gli esperti di terrorismo ci avevano messo in guardia sulla vulnerabilità del paese ad attacchi improvvisi, attraverso armi batteriologiche, valigie bomba o kamikaze. Per tutta risposta, siamo diventati sempre più accomodanti. La sicurezza era diventata routine, quasi una barzelletta per molti passeggeri sugli aerei.
I nostri giorni spensierati sono finiti, sepolti nella grigia polvere che ha ricoperto i passanti nelle strade di Manhattan dopo la prima delle molte tragedie di questo tragico martedì. Ma sarebbe pericoloso scoraggiarsi: non farebbe che spronare i terroristi responsabili di questi atti. Il termine “terrorista” non deriva tanto dalla forza dell’autore del crimine, quanto dalla sua capacità di distruggere la fiducia di coloro che prende di mira.
Mentre la giornata di martedì evolveva così tragicamente, la maggior parte degli americani si è ritrovata a guardare con occhi sgranati schermi pieni di fumo, i getti d’acqua degli idranti e volti terrorizzati per chi stava soffrendo così come per chi avrebbe sofferto da lì a poco.
Il terrore non spetta a noi
La paura e lo shock sono ragionevoli. Ma noi, come nazione, non dobbiamo fermarci a essi. Sarebbe un regalo a quelli la cui codardia si esprime nel dirottare degli aerei di linea e nel prendere di mira dei simboli americani.
Malgrado tutto ciò che stiamo provando come popolo, è il momento di mantenere i nervi saldi. Questo paese ha conosciuto 225 anni di sfide e le ha superate tutte. È ragionevole aspettarsi che le nostre vite cambieranno. Le nostre perdite supereranno ciò di cui possiamo renderci conto oggi.
Tuttavia il terrore non spetta a noi. Dev’essere restituito – e alla fine con ogni probabilità sarà restituito – a coloro che oggi festeggiano per il grande spargimento di sangue americano. Nelle loro menti contorte questa deve apparire come una missione vendicativa. Ma se la nostra risposta poggerà solo sulla vendetta, non potrà soddisfarci completamente. Dobbiamo auspicare la giustizia, il principio che, pur con tante contraddizioni, ha guidato questo paese per tutta la sua storia. Questa giustizia potrebbe non essere rapida. L’importante è che sia certa. A quelli che martedì si sono presi una parte del cuore americano dobbiamo fare un’inquietante promessa: la vita è lunga. Noi non siamo abbattuti. E sono loro a dover provare il terrore. ◆ nm
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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 9. Compra questo numero | Abbonati