L’esplosione di violenza che martedì scorso ha scosso il mondo intero sembra confermare, in qualche misura, le previsioni che Samuel Huntington, il celebre pensatore e politologo di Harvard, ha espresso più d’una volta nei suoi libri, specialmente nell’opera principale Lo scontro delle civiltà.
Prima che la globalizzazione e la postmodernità diventassero termini di moda, Huntington pronosticava che i conflitti del futuro – cioè del Ventunesimo secolo – non sarebbero stati dettati da dispute ideologiche, territoriali, politiche o economiche, espresse in forme tradizionali, bensì da scontri e fratture culturali. Senza dimenticare, ovviamente, il fattore religioso, che è la componente principale di molte culture.
Un nuovo terrorismo
Storicamente, i protagonisti della violenza sono stati quasi sempre gli Stati, eccezion fatta per alcuni fenomeni marginali, quali gli attentati individuali e isolati. La stessa guerriglia si è basata tradizionalmente su una logica volta a produrre l’affondamento o la sostituzione dello Stato corrispondente a un determinato territorio.
Oggi, però, si va definendo sempre più – come prevedeva Huntington – un nuovo terrorismo, che opera al di sotto e al di sopra degli Stati, con finanziamenti che non necessariamente provengono da questi e sulla base di un’adesione a strategie che non per forza coincidono con quelle portate avanti dall’uno o dall’altro governo.
Questa divergenza tra i fini perseguiti dagli Stati e gli obiettivi dei gruppi violenti che non hanno responsabilità amministrative né di governo nello scenario in cui agiscono è la causa principale delle difficoltà poste alla lotta contro il terrorismo.
La pace rimandata
È certo che lo sviluppo tecnologico offre capacità senza precedenti per scatenare la paura. Inoltre, la determinazione personale di chi decide d’immolarsi in nome della militanza è un fattore che infrange la logica dei conflitti e delle guerre tradizionali, dove chi rischiava la vita lottava sempre, in ultima istanza, per sopravvivere all’aggressione del nemico.
Tuttavia l’ostacolo centrale nella lotta al terrorismo è l’assenza di un corpo sociale nel quale possano scaricarsi con precisione i colpi della rappresaglia, la mancanza, a volte, di capi o ideologi nei quali possa essere personificata tanta malvagità, l’assenza di una bandiera che protegga o istituzionalizzi una così grande violenza.
È nato insomma una sorta di contropotere che minaccia non solo gli Stati Uniti ma l’intera umanità, soprattutto i paesi che sono teatro di conflitti interni. Questo nuovo terrorismo presenta caratteristiche inedite e il suo esordio implacabile e tenebroso segna forse l’inizio di un’epoca diversa, difficilmente comprensibile se continuiamo a osservarla attraverso il prisma del passato.
Vista da un’altra prospettiva, la barbara aggressione perpetrata l’11 settembre pone in evidenza l’alto grado di vulnerabilità dei sistemi difensivi delle grandi potenze e la falsa fiducia che può arrivare a generare in certi casi la certezza di possedere una invincibile superiorità nel campo tecnologico.
Un noto analista politico argentino ha ricordato che negli anni Ottanta un piccolo aereo pilotato da un adolescente mise in crisi il sistema di difesa sovietico e che i segreti informatici del Pentagono sono stati violati molte volte da giovani e perfino da bambini particolarmente abili nell’uso delle moderne tecnologie.
Ora è inevitabile che i paesi più avanzati rivedano le loro strutture difensive e ricordino che anche il più sofisticato sistema di sicurezza può risultare impotente quando l’aggressore è un fanatico disposto a sacrificare la vita nell’esecuzione del suo progetto distruttivo.
Per il resto, il mondo deve riprendere immediatamente la lotta per una cultura che sradichi per sempre la violenza e l’odio dalla faccia della terra e alimenti la speranza di costruire nel Ventunesimo secolo la troppo a lungo rimandata civiltà della pace, la convivenza e l’armonia tra i popoli.
Il nostro augurio è che l’esperienza vissuta nella terribile giornata di martedì segni il punto di partenza per la costruzione di un nuovo mondo: un mondo in cui a regnare sia il rispetto della dignità degli esseri umani, quale che sia la loro condizione etnica, nazionale e religiosa. ◆ rc
◆ A differenza del resto della stampa latinoamericana, il quotidiano messicano Milenio si è concentrato sugli aspetti mediatici e spettacolari dell’attentato: “In tempo reale”, scrive Jairo Calixto Albarrán, “assistiamo all’apocalisse di una città abituata alla grandezza, la cui ultima tragedia non poteva che essere spettacolare; in tempo reale perdiamo l’età dell’innocenza e l’immagine idillica di Woody Allen e Diane Keaton che contemplano il ponte di Brooklyn. Se New York doveva affondare, doveva farlo come il Titanic”.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 53. Compra questo numero | Abbonati