I terroristi che hanno organizzato l’attacco al World Trade Center e al Pentagono meritano di essere puniti. E chi pianifica questi atti di odio contro gli americani deve essere fermato.
Ma nei prossimi giorni e nelle prossime settimane gli americani dovranno concentrarsi sui loro concittadini e aiutare concretamente le persone colpite da questa tragedia nazionale.
Ora è il momento di rivelare forza di carattere – soprattutto moderazione, capacità di reagire e solidarietà – e non paura, panico o shock. La conseguenza psicologica di questo avvenimento dovrebbe essere dare priorità assoluta alla nazione, per dimostrare che gli atti di crudeltà distruttiva non sono necessariamente destinati a trionfare.
Innanzi tutto bisogna tranquillizzare i bambini che hanno seguito gli avvenimenti alla televisione spiegandogli che sono al sicuro, che queste tragedie sono rarissime e servono proprio a provocare il terrore. Le scuole possono organizzare iniziative speciali e offrire consulenze personalizzate – come hanno fatto spesso dopo le stragi – per dare informazioni e aiutare i ragazzi a vincere i loro timori parlandone.
I bambini devono rendersi conto di come è potuta succedere una tragedia simile, e devono sapere che in passato le autorità sono riuscite a scongiurare altri attentati e a catturare molti terroristi. Di fatto, dei 423 attentati terroristici internazionali documentati dal dipartimento di Stato nel 2000, solo 17 hanno coinvolto cittadini o aziende americane.
In secondo luogo, i funzionari pubblici di New York e di Washington devono organizzare appositi centri di informazione per aiutare chiunque chieda notizie di familiari o di amici. Quando avvengono tragedie come questa, il desiderio di informazione è enorme. Mentre i mezzi di informazione svolgono il loro ruolo, i leader di governo devono dimostrarsi solidali con chi teme di conoscere qualcuno rimasto ucciso o ferito.
La responsabilità dei media
Proprio per questo i media devono essere molto attenti ai loro servizi e rendersi conto che potranno influenzare le reazioni degli americani. I media non dovrebbero inseguire gli ascolti o le vendite concentrandosi sul trauma e sulla morte. Al contrario, è il momento che i giornalisti si dimostrino all’altezza della situazione e raccontino al pubblico come i superstiti riescono ad affrontare le loro perdite.
Le storie positive sulla capacità di resistenza della gente sono necessarie quanto le informazioni accurate sui fatti e sulle loro conseguenze.
La migliore risposta al terrorismo è non lasciarsi paralizzare. A casa e al lavoro parlare di questa tragedia può essere necessario, ma non fino al punto di cambiare il proprio ritmo di vita e di non assolvere i propri doveri. Possiamo stringerci insieme come popolo, ma indugiare sulla tragedia significa fare il gioco dei terroristi. Quanto è successo può essere usato per ricostruire le comunità, non per indebolirle.
Per vincere la paura che questa tragedia possa ripetersi, gli americani devono imparare a prepararsi meglio per aiutare le autorità a prevenire queste azioni, e per affrontarle una volta che si sono verificate.
Questo non significa tornare all’isteria degli anni Cinquanta, quando la gente si costruiva rifugi antiatomici nel cortile di casa. I governi a diversi livelli stanno imparando molto sui metodi per contrastare la violenza non tradizionale come il terrorismo. I cittadini possono partecipare e aiutare di più.
In momenti come questi, il presidente e il Congresso devono dimostrare una leadership di tipo particolare. Devono unire la nazione nel lutto e nella solidarietà, e allo stesso tempo moderare ogni impulso alla vendetta e alle reazioni militari inopportune. Sarà la giustizia a vincere.
Questi attacchi aerei non sono Pearl Harbor, non ci impongono una guerra convenzionale. I responsabili forse sono personaggi ben noti, ma uccidendoli non porremmo fine alle motivazioni che armano i terroristi. Bisogna ampliare e migliorare la vigilanza contro ogni possibile attacco, occorrono un migliore servizio di intelligence ed altre misure contro il terrorismo.
Ora è il momento di abbracciarci e lavorare insieme per dimostrare che il vero vincitore è sempre il bene. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 8. Compra questo numero | Abbonati