Se mai c’è stato un giorno del giudizio, molto vicino a un attacco nucleare in grande stile, è stato il Martedì Nero degli Stati Uniti. La portata della distruzione provocata dagli attacchi al World Trade Center di New York e a importanti edifici governativi di Washington va al di là di qualsiasi comprensione e immaginazione. Nel giro di due ore tutto il paese si è fermato: gli aeroporti sono stati chiusi; intere città e i principali centri di potere fra cui la Casa Bianca, il dipartimento di Stato e il Pentagono evacuati; tutte le attività compresa Wall Street sospese; una smisurata devastazione a New York e Washington; centinaia, forse migliaia, di vittime e di feriti; centinaia di miliardi di beni trasformati in un cumulo di macerie. E cosa più importante, l’orgoglio e il prestigio degli Stati Uniti, unica superpotenza mondiale, rasi al suolo.

L’allarme è lanciato

Ciò che balza subito agli occhi è che ogni americano oggi si sente vulnerabile, a prescindere dalle centinaia di miliardi di dollari che il suo governo investe per garantire la sicurezza nel mondo. La psiche statunitense è cambiata per sempre e d’ora in poi tutti vorranno una soluzione dei conflitti che hanno causato morte e distruzione proprio nel cuore della loro esistenza come non avrebbero mai immaginato.

Potrebbe riemergere gran parte dell’insicurezza che si era dileguata con la fine della Guerra fredda. Chi riesce a rimanere lucido, dopo aver assistito agli orrori dell’11 settembre, non capisce se le politiche antiterrorismo del governo statunitense abbiano prodotto qualche risultato, per non parlare della sicurezza per il popolo americano.

Gli attacchi devono rappresentare per gli Stati Uniti l’occasione di fermarsi a riflettere se la linea dura che hanno adottato non sia controproducente. La disperazione degli aggressori, chiunque essi siano, riflette il fatto che alcuni individui, gruppi e organizzazioni erano talmente motivati a colpire gli americani da non temere per la propria vita né da prendere in considerazione quella delle centinaia e migliaia di vittime innocenti dei loro attacchi. Se l’America si stava preparando per l’Apocalisse, ebbene, questa è arrivata.

Scongiurare le repliche

Come reagiranno i politici americani alla tragedia ancora non lo sappiamo, ma il presidente George W. Bush ha già detto che gli aggressori non la faranno franca. “La libertà deve essere difesa”, ha dichiarato. Nei prossimi giorni il governo elaborerà una risposta meditata ma ciò da cui deve guardarsi è una reazione emotiva contro l’uno o l’altro gruppo di presunti aggressori.

Va impedito ogni tentativo di diffondere versioni hollywoodiane di nemici archetipici degli Stati Uniti. Più di una volta, in occasione di precedenti attentati di proporzioni inferiori, i musulmani sono stati accusati prematuramente e considerati un bersaglio delle ritorsioni. A meno che non emergano prove schiaccianti della responsabilità di un particolare gruppo o di una precisa organizzazione, va evitata qualsiasi ritorsione indiscriminata. Generiche rappresaglie di inutile violenza non farebbero che accrescere l’odio che l’America si è già conquistata nel mondo e che ha portato alcuni al punto di ricorrere a un catastrofico bagno di sangue pur di servire la causa.

Per il resto del mondo è tempo di rivedere le politiche sui principali focolai di guerra con il Medio Oriente in cima alla lista seguito dall’Asia meridionale, dove Kashmir e Afghanistan forniscono a centinaia di migliaia di militanti la giustificazione per adottare mezzi violenti al fine di farsi giustizia da sé dopo aver perso la speranza di ottenere i loro diritti mediante negoziati pacifici. Tralasciando le varie altre ragioni, la cultura della violenza affonda le sue radici anche nella frustrazione figlia dell’ingiustizia.

Se i leader mondiali non si uniranno per cercare seriamente di mettere fine a questo spargimento di sangue, potrebbero esserci le repliche del Martedì Nero. Se per il mondo è mai scattato un allarme sulla necessità di risolvere questioni scottanti, questo è stato il più forte e il più doloroso. ◆ sdf

Cina
Washington può scegliere

◆ “Dalla rimozione del presidente panamense Noriega all’intervento militare a Grenada, dal sostegno incondizionato a Israele al bombardamento della Serbia, la politica unilaterale degli Stati Uniti è diventata la più grave forma di terrorismo nel mondo”, scrive un docente universitario nel sito del Quotidiano del Popolo del Partito comunista cinese. In alcuni paesi poveri, prosegue, la gioventù ha solo due scelte: “O accetta il punto di vista americano, e abbandona le proprie tradizioni. Oppure si immola per l’onore della propria nazione e per realizzare il sogno di un paese forte”. L’autore esprime dolore per le vittime, ma conclude: “Anche l’America si trova di fronte a un bivio. O rivede la sua politica estera, ascolta le voci dei popoli che si levano dai punti caldi del pianeta, richiama le sue forze armate che mostrano le unghie nel mondo intero, e adotta un atteggiamento favorevole alla pace. Oppure considera il resto globo come il proprio campo di esercitazione e, sempre, ovunque e con chiunque instaura un dialogo armato”.


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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati