In un giorno di dicembre del 1969 una bomba esplose in una banca a piazza Fontana, vicino al duomo di Milano. Morirono diciassette persone. Un giovane anarchico accusato di aver realizzato l’attentato morì in circostanze misteriose mentre era in arresto. Il poliziotto che secondo alcuni era responsabile della sua morte fu ucciso tre anni dopo. In Italia queste cose succedevano di frequente: solo nel dicembre del 1976 furono uccise sei persone. Per gli italiani l’incubo degli anni di piombo è durato quindici anni. Centinaia di persone hanno perso la vita in moltissimi attentati. Ancora oggi libri, film e canzoni cercano di cogliere il significato di quel periodo.

Gli anni di piombo, chiamati così per la quantità enorme di proiettili sparati in quel periodo, spazzarono via l’ottimismo del miracolo economico. L’industrializzazione aveva regalato agli italiani un benessere inaspettato, ma aveva anche alimentato la conflittualità sociale. Milioni di contadini si erano riversati in tristi condomini di città, i tradizionali legami familiari si erano rotti e le tensioni di classe erano aumentata. Sindacati molto influenti organizzavano spesso scioperi di massa. I politici si scontravano violentemente, anche perché i contrasti della guerra fredda rendevano difficile qualsiasi collaborazione tra i partiti rivali.

Fabrizio De André, cantautore di sinistra, prese in giro le aspirazioni dei terroristi nella canzone Il bombarolo, del 1973

Alla fine degli anni sessanta alcuni italiani decisero che il liberalismo era destinato a fallire. Gruppi di estremisti marxisti, tra cui le Brigate rosse, rapivano e uccidevano funzionari considerati “nemici dei lavoratori”: poliziotti, giudici, giornalisti. I loro avversari di destra facevano esplodere bombe per “seppellire la democrazia sotto una montagna di cadaveri”. Entrambi gli schieramenti speravano di indebolire lo stato e favorire una rivoluzione o un colpo di stato militare. Agenti dei servizi segreti italiani partecipavano allo scontro, collaborando con gli assassini neofascisti per far ricadere la colpa degli attentati sui gruppi di sinistra.

In quel periodo l’arte diventò un modo per affrontare il caos. I primi tentativi erano carichi di umorismo. Fabrizio De André, cantautore di sinistra, prese in giro le aspirazioni dei terroristi nella canzone Il bombarolo, del 1973 (anche se ha intenzione di rovesciare il sistema, il personaggio della canzone riesce solo a far saltare in aria un’edicola). Nello stesso anno uscì al cinema Vogliamo i colonnelli, una commedia satirica in cui si immaginava un colpo di stato di destra. Nel film, dopo un’attentato a Milano, un gruppo di generali decide di compiere il golpe prima che la sinistra arrivi al potere. Il piano però fallisce e uno dei cospiratori finisce per proporre il suo progetto a un gruppo di aspiranti dittatori africani.

Finzione e realtà

Inevitabilmente, mentre gli omicidi continuavano, la gente smise di ridere, e questo cambiamento di umore ebbe i suoi riflessi nel mondo della cultura. Il film San Babila ore 20: un delitto inutile (1976) cattura l’atmosfera di terrore dell’epoca. Il film racconta un pomeriggio di una banda di giovani neofascisti. Prima della fine della giornata uno di loro sevizia una donna con un manganello e insieme agli altri uccide un uomo a coltellate.

La politica italiana era altrettanto crudele. Nel 1978 le Brigate rosse rapirono l’ex presidente del consiglio Aldo Moro per far saltare un piano che avrebbe portato il Partito comunista italiano a entrare nel governo (con la Democrazia cristiana). La polizia trovò il corpo di Moro alcune settimane dopo nel bagagliaio di una macchina. Giorgio Gaber, un popolare cantautore, fu altrettanto duro. “Griderei senza ritegno che è una porcheria che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia”, cantava nel 1980. “Se fossi Dio, io mi ritirerei in campagna”.

A partire dal 1985 gli omicidi diminuirono, ma gli italiani hanno continuato a convivere con il peso di quegli anni. Gli storici continuano a pubblicare le loro analisi sugli anni di piombo, mentre molti ex terroristi hanno scritto dei libri autobiografici. Gli scrittori basano spesso i loro romanzi sulla violenza reale. In Il tempo materiale (Minimum Fax, 2008) Giorgio Vasta racconta la storia di un gruppo di studenti che diventano sempre più ossessionati dalle Brigate rosse. Francesco Piccolo, scrittore campano, esprime idee simili. Il protagonista di Il desiderio di essere come tutti (Einaundi, 2013) perde la fiducia nella rivoluzione, e dopo l’omicidio Moro non riesce a capire l’atteggiamento dei suoi amici utopisti. “Non erano dispiaciuti. Li guardavo, li invidiavo; e allo stesso tempo mi faceva male lo stomaco dalla nausea”.

Conseguenze concrete

Gli italiani continuano a non capire come abbia fatto il loro paese a diventare così brutale, ma allo stesso tempo sono attratti dalla violenza. I misteri che ancora avvolgono alcuni attentati – con teorie del complotto sulla partecipazione del governo spesso alimentate e a volte confermate – sono perfetti per la finzione.

Romanzo criminale, un film del 2005, è una storia di malviventi che collega lo stato al tragico attentato alla stazione di Bologna del 1980, in cui morirono 85 perone. Alex Boschetti e Anna Ciammitti hanno pubblicato un fumetto sul massacro. Nella prefazione dicono di augurarsi che la loro opera possa contribuire a svelare i “segreti sporchi” dietro l’attentato. Questa posizione è condivisa da Mega (Blaqaut), rapper italiano. “Nessuno critica gli eventi”, dice in una canzone. “Gli anni di piombo per tutta l’eternità”.

Il fatto che questa pagina della storia non sia stata chiusa spiega perché gli italiani sono ancora affascinati dagli anni di piombo. La casualità dei massacri continua ad alimentare le preoccupazioni nazionali sui complotti all’interno delle istituzioni, un modo di pensare che in Italia chiamano dietrologia.

Allo stesso tempo, la violenza di quel periodo ha ancora conseguenze politiche concrete (di recente il governo ha cercato di ottenere dal Brasile l’estradizione di un militante del gruppo Proletari armati per il comunismo). Alcuni analisti pensano che l’esperienza degli anni settanta sia un baluardo contro la violenza moderna: l’Italia è infatti l’unico tra i grandi paesi europei a non aver ancora subìto un grave attentato jihadista.

Anche se i pendolari continuano ad affollare la stazione di Bologna e i clienti riempiono le vie dello shopping di Milano tra il duomo e piazza Fontana, gli anni di piombo non sono morti. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati