“Probabilmente è la peggiore catastrofe umanitaria in corso nel mondo”. Per descrivere la situazione dello Yemen non c’è modo migliore di questa dichiarazione del ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel, fatta dopo un incontro con il suo collega francese. Le sue parole sconfortanti arrivano dopo l’uccisione dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh da parte dei ribelli houthi e mentre combattimenti violentissimi imperversano su tutti i fronti, intrappolando migliaia di yemeniti, ostacolando la consegna di aiuti fondamentali (tra cui il carburante indispensabile per pompare l’acqua potabile) e spingendo le Nazioni Unite a rivolgere un appello disperato per fermare le ostilità.

La distruzione è ovunque a Sanaa. I palazzi storici della capitale sono troppo fragili per resistere ai bombardamenti, che minacciano di farsi sempre più intensi. Peggiorare ulteriormente una situazione già gravissima significa non avere alcun rispetto per il dolore umano. Oltre ai combattimenti, la popolazione dello Yemen deve affrontare la carestia, un’epidemia di colera, la mancanza di vaccini e di aiuti di prima necessità. In poche parole, lo Yemen è ormai un inferno. Con la rivolta degli houthi incoraggiata dalla morte di Saleh, e l’esercito fedele al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi che sta preparando una grande offensiva, il paese è una barchetta in una tempesta di sangue.

Saleh, maestro nel cambiare alleanze, aveva detto che governare lo Yemen è come “ballare sulle teste dei serpenti”. Ma il suo ultimo ballo gli è costato la vita. Negli ultimi sessant’anni questa parte del mondo ha assistito a una sequenza ininterrotta di omicidi di leader che avevano preso il potere dopo essersi sbarazzati dei loro predecessori. Ogni volta a soffrire è stato il loro popolo. La morte di Saleh promette di non fare eccezione. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati