Il 19 ottobre 2026 gli abitanti dell’Alberta erano chiamati a pronunciarsi sul loro futuro all’interno della federazione canadese. Il referendum conteneva dieci domande, ma una sola aveva attirato davvero l’attenzione del paese: la provincia voleva restare in Canada o avviare una procedura che avrebbe potuto portare a un secondo referendum, questa volta vincolante, sull’indipendenza? La risposta è stata netta: il 76,5 per cento ha votato a favore della permanenza nella federazione.

La prima ministra dell’Alberta, Danielle Smith (del Partito conservatore unito, Ucp), aveva indetto il referendum pressata dall’ala separatista del suo partito, pur dichiarandosi contraria alla secessione. Un esercizio di equilibrismo da cui gli indipendentisti escono sconfitti.

Nei giorni precedenti il primo ministro federale Mark Carney, nato nei Territori del Nordovest, ma cresciuto in Alberta, aveva cercato di influenzare il voto. “Non è una partita a poker. Un voto contro il Canada è un bluff pericoloso che porterà anni di profonda incertezza e occasioni mancate per gli abitanti dell’Alberta e del Canada”, aveva detto il 16 ottobre durante una manifestazione organizzata a Edmonton dal fronte contrario alla separazione.

Secondo Akaash Maharaj, esperto di politica canadese e ricercatore all’università di Toronto, il voto degli abitanti dell’Alberta si spiega con diversi fattori, “a cominciare dai segnali di apertura di Mark Carney verso l’industria petrolifera, in particolare per il suo sostegno alla costruzione di un nuovo oleodotto verso la costa del Pacifico”. Secondo Maharaj, anche le minacce del presidente statunitense Donald Trump contro il Canada hanno risvegliato un patriottismo che si è fatto sentire perfino in Alberta.

Da quando la provincia è entrata nella federazione canadese, nel 1905, una parte dei suoi abitanti è convinta di contribuire alla prosperità del paese senza ottenere abbastanza in cambio. Secondo questa visione, Ottawa avrebbe occhi solo per l’asse Toronto-Montréal, dove si concentrano i principali centri decisionali, a scapito dell’ovest. Questo vecchio risentimento ha un nome: “alienazione dell’ovest”. Si è rafforzato nel 1980, quando il governo liberale di Pierre Trudeau approvò un programma energetico nazionale che permetteva a Ottawa di incamerare una quota maggiore dei proventi del petrolio. In Alberta la misura fu vista come un tentativo di mettere le mani sulle ricchezze della provincia.

Più di recente, le politiche ambientali di Justin Trudeau, primo ministro dal 2015 al 2025 – e in particolare la tassa sul carbonio applicata ai carburanti – sono state vissute come attacchi all’industria petrolifera e quindi alla provincia stessa. “La frustrazione di molti abitanti dell’Alberta era reale”, ha ricordato Carney prima del voto. “Quando ero giovane, Ottawa ci faceva sentire come se le nostre risorse non ci appartenessero”.

Questa diffidenza ha alimentato a lungo un movimento autonomista, più interessato a ottenere maggiori poteri che a rompere con Ottawa. Come si è arrivati allora al referendum del 19 ottobre? “Il movimento separatista in Alberta non è cresciuto perché ha convinto una porzione rilevante della popolazione, ma perché un piccolo numero di persone molto determinate si è mobilitato con grande efficacia”, spiega Maharaj. Questa minoranza ha un peso nell’Ucp. La prima ministra Smith, contraria all’indipendenza, sa quanto può costare opporsi agli attivisti più radicali: Jason Kenney, il suo predecessore, fu costretto a dimettersi nel 2022 dopo aver perso la fiducia di una parte dell’Ucp. Concedendo un referendum, Smith ha dato nuova legittimità a una causa rimasta a lungo marginale.

Soldi e identità

Anche in Québec nelle ultime settimane l’idea dell’indipendenza è tornata al centro del dibattito politico. Il 5 ottobre il Parti québécois (Pq, sovranista) ha vinto le elezioni provinciali e il suo leader, Paul St-Pierre Plamondon, ha promesso di indire un nuovo referendum. Resta però da convincere gli abitanti del Québec: secondo gli ultimi sondaggi, meno del 30 per cento vuole uscire dalla federazione.

In Alberta il separatismo è radicato a destra e ha una forte componente libertaria. In Québec, invece, il sovranismo ha storicamente riunito sensibilità sia di sinistra sia di destra, anche se il Pq “rimane soprattutto socialdemocratico e favorevole all’intervento dello stato”, spiega Éric Bédard, storico dell’università Téluq.

Se il separatismo dell’Alberta nasce soprattutto da un risentimento economico e politico, “l’indipendentismo del Québec è prima di tutto una rivendicazione linguistica e culturale, con radici storiche molto più profonde”, dice Maharaj. Erede della Nuova Francia, il Québec affonda le sue radici in una storia molto precedente alla nascita della confederazione canadese, avvenuta nel 1867. Le ribellioni dei Patrioti del 1837-1838, un movimento a maggioranza francofona che chiedeva maggiore autonomia dal potere coloniale britannico, ebbero un ruolo importante nell’affermazione di un’identità nazionale.

Ma fu soprattutto negli anni sessanta del novecento che l’indipendenza diventò un vero progetto politico, sulla scia della “rivoluzione tranquilla”, il periodo di modernizzazione del Québec e di affermazione dell’identità francofona.

Questa aspirazione prese forma nel 1968, quando l’ex giornalista René Lévesque fondò il Pq, arrivato al potere otto anni dopo. Nel 1977 il suo governo approvò la legge 101, che rafforzò il ruolo del francese nell’istruzione, nel lavoro e nella vita pubblica. Nella ricerca dell’indipendenza il Québec si è spinto molto più avanti dell’Alberta. Ci sono già stati due referendum. Nel 1980 il fronte del no vinse nettamente. Nel 1995, invece, prevalse di pochissimo, con il 50,58 per cento dei voti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 31. Compra questo numero | Abbonati