Con la sua visita trionfale in Siria, il presidente russo Vladimir Putin ha voluto dimostrare di aver superato gli Stati Uniti in Medio Oriente. Nella base aerea di Hmeimim, Putin ha abbracciato il presidente siriano Bashar al Assad e ha detto ai militari russi: “Amici, la madre patria vi aspetta. Tornate a casa da vincitori”. Nel frattempo, nella periferia orientale di Damasco controllata dai ribelli e assediata dall’esercito, i bambini muoiono di fame. Nonostante il cessate il fuoco annunciato dalla Russia, le forze di Assad continuano a bombardare la zona. Queste due scene danno l’idea della situazione che l’intervento russo ha contribuito a creare. Il ritiro delle truppe annunciato da Putin dev’essere preso con le molle: il Cremlino ha dichiarato che manterrà un contingente in Siria per combattere i “terroristi”. Mosca dà a questo termine lo stesso significato che gli dà Assad, includendo tutti gli oppositori.
Putin ha tutto l’interesse a parlare di vittoria. Ha annunciato che si candiderà alle elezioni del 2018, e riportare indietro i soldati russi è una mossa politicamente utile. Sulle vittime russe in Siria e sui costi dell’intervento è calato il silenzio. In ogni caso, in termini geopolitici è stata un’operazione vantaggiosa per il Cremlino. Dopo la visita in Siria, Putin ha incontrato il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, dimostrando che l’influenza della Russia su quello che era uno stretto alleato degli Stati Uniti è aumentata.
È paradossale che Putin rivendichi la vittoria sullo Stato islamico, dato che le sue forze si sono concentrate molto più sui ribelli che sui jihadisti. Raqqa non è stata riconquistata dai russi, ma dalla milizia curdo-araba sostenuta dagli Stati Uniti. Cambiando l’equilibrio di forze e prendendo di sorpresa l’occidente con l’intervento del 2015, Putin ha conquistato un chiaro vantaggio, ma non è detto che sia in grado di ottenere la pace. Al momento sembra che voglia mettere in secondo piano i colloqui organizzati dalle Nazioni Unite a Ginevra e portare avanti un negoziato parallelo con Iran e Turchia. Ma non sarà una trattativa facile. Le milizie controllate da Teheran, per esempio, sono diventate più potenti del previsto. Inoltre non si potrà fare a meno dell’Onu quando arriverà il momento di ricostruire il paese.
In Siria i giochi di potere geopolitici non sono finiti, e neanche i combattimenti. Sostenendo un dittatore che massacra e affama la sua popolazione, Putin è corresponsabile del disastro siriano. La Russia è tornata ad avere un ruolo di primo piano in Medio Oriente, ma le sue colpe per il bagno di sangue sono sotto gli occhi di tutti. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati