◆ Non bisogna saltare a facili conclusioni sul rapporto tra il cambiamento climatico e i conflitti, scrive Nature, in quanto molti studi che li mettono in relazione sono poco rigorosi. Per esempio, l’idea che il riscaldamento globale e la desertificazione abbiano contribuito a far scoppiare il conflitto nel Darfur, in Sudan, nel 2003, è stata accolta con scetticismo dagli esperti.

Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change, le ricerche condotte nel Regno Unito che legano il cambiamento climatico ai disordini sociali sono distorte perché tendono a focalizzarsi sui paesi africani che sono stati sotto il dominio coloniale di Londra: è più comodo occuparsi dei paesi considerati più vicini per legami storici e lingua, e più facili da raggiungere. I ricercatori tendono inoltre a studiare i paesi dove i conflitti sono più violenti e non quelli dove le conseguenze del cambiamento climatico sono maggiori. Per esempio, uno dei paesi più studiati è il Kenya, che non è tra quelli colpiti più duramente dalle violenze o da problemi legati al clima.

Il cambiamento climatico non è mai l’unica causa delle guerre, delle violenze, dei disordini e delle migrazioni. Negli ultimi dieci anni Siria e Giordania sono state entrambe colpite dalla siccità, ma le persone fuggono solo dalla Siria. Piuttosto, scrive Nature, i ricercatori dovrebbero fornire ai paesi più vulnerabili dati e previsioni attendibili per aiutarli ad adattarsi al cambiamento climatico.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati