Non si è mai preparati a un ciclone di categoria 4. Solo dopo il ripristino delle comunicazioni è stato possibile valutare l’incubo che ha investito mezzo milione di persone la notte tra il 14 e il 15 marzo. La città di Beira è distrutta. Il fatto che il Mozambico sia uno dei paesi più vulnerabili agli eventi estremi non è una novità. Sono stati spesi milioni di dollari in studi e consulenze per dimostrare quello che la gente vede chiaramente ogni giorno: il clima è cambiato.

I piani per prevenire, limitare e contrastare questi fenomeni abbondano. A mancare, invece, sono i fondi necessari per trasformare in realtà lo slogan dell’Istituto nazionale per la gestione delle calamità (Ingc): “Meglio prevenire che rimediare”.

Gli avvertimenti ignorati

Questa situazione è costata la vita a molte persone. Per tre giorni l’Ingc non è riuscito a comunicare e coordinare le attività di soccorso perché, esattamente come la popolazione, si affidava alle normali reti di comunicazione. L’istituto non ha telefoni satellitari né strumenti alternativi. I droni, presentati come la soluzione ideale per individuare le vittime durante le emergenze, non volano in condizioni di maltempo e non hanno un’autonomia di volo sufficiente. In sostanza sono poco più che giocattoli. Tra i sedici cicloni tropicali che hanno colpito il Mozambico dal 1980, Idai è sicuramente quello su cui la popolazione ha ricevuto più allarmi. Oggi gli abitanti di Beira ammettono di aver ignorato gli avvisi. Ma è anche vero che la maggior parte di loro non aveva i mezzi per lasciare la città e cercare rifugio altrove.

Questo è il momento di soccorrere i mozambicani in difficoltà e prestare assistenza ai sopravvissuti. Dopo Idai bisognerà ricostruire una Beira più sicura, visto che questa città considerata vicina all’opposizione è sempre stata trascurata dal partito che governa il paese dall’indipendenza. ◆as

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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati