Il nuovo ceppo di coronavirus proveniente dalla città cinese di Wuhan ha scosso sia i mercati sia le autorità sanitarie globali. Il 3 febbraio i titoli azionari cinesi hanno aperto con un ribasso dell’8 per cento. Neppure gli epidemiologi più esperti possono prevedere come si diffonderà il virus. Quest’incertezza ha importanti costi finanziari. Per l’economia e per gli investitori globali, però, la cosa più preoccupante è la risposta delle autorità cinesi. Chiudere ampi settori di quella che secondo alcuni parametri è la più grande economia mondiale avrà ripercussioni altrove.
Ormai il coronavirus ha una diffusione più ampia dell’epidemia di Sars, cominciata anch’essa in Cina nel 2002. Ma rispetto ad allora la Cina ha un posto molto più importante nell’economia globale. Le fabbriche cinesi sono diventate un ingranaggio fondamentale delle filiere produttive e i turisti cinesi rappresentano una percentuale più alta dei flussi globali. L’industria, tuttavia, rimane in prima linea. In centri manifatturieri importanti come Jiangsu, Chongqing e Guangdong sono state chiuse le attività economiche “non essenziali” e prolungate le vacanze per il capodanno. La Apple ha avvisato degli effetti del rallentamento economico sulla propria filiera produttiva. La Toyota e la Honda hanno chiuso alcuni dei loro impianti. Le ripercussioni sono evidenti nei prezzi delle materie prime. Il valore dei metalli industriali è crollato, mentre quello dell’oro è salito. Gli investitori cercano beni rifugio come i metalli preziosi e prevedono che, con la “fabbrica del mondo” chiusa, ci sarà meno domanda di materie prime. Il valore del rame è sceso dell’11 per cento da metà gennaio. Quello del petrolio è calato in maniera simile. Anche il settore dei servizi subirà delle conseguenze. Il danno al pil della Cina è stimato tra lo 0,5 e l’1 per cento nel primo trimestre, un duro colpo per un’economia che stava già rallentando.
L’epidemia è una sorta di esperimento di deglobalizzazione. Le barriere che si stanno alzando non puntano a fermare i flussi migratori e commerciali, ma gli effetti sono simili: filiere produttive bloccate, minore fiducia delle aziende e rallentamento del commercio. I politici possono sostenere la crescita, ma possono fare poco contro gli effetti dell’epidemia sulla capacità delle economie di produrre beni e servizi. Questo lascia l’economia globale in balìa della natura. Le conseguenze dipenderanno da quanto ci vorrà per fermare la diffusione del virus. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati