Il processo per arrivarci è stato tormentato e il nome non è facilissimo da pronunciare. Se non altro però i quindici paesi asiatici che il 15 novembre si sono riuniti in una cerimonia virtuale a Hanoi per firmare il Partenariato economico globale regionale (Rcep) possono rallegrarsi di aver battuto diversi record. L’Rcep è il più grande accordo commerciale multilaterale al mondo. Sarebbe stato ancora più ampio se l’India non si fosse ritirata nel 2019. Dopo otto anni di quelli che il ministro per il commercio malaysiano Mohamed Azmin Ali ha definito “negoziati con sangue, sudore e lacrime”, i quindici paesi hanno ottenuto una vittoria per la cooperazione regionale in un momento in cui il covid-19 ha devastato l’economia globale.
Le opinioni sul reale significato di questo traguardo sono contrastanti. Secondo alcuni l’Rcep è così poco ambizioso da avere un valore per lo più simbolico. Per altri è un importante mattone di un nuovo ordine mondiale in cui la Cina assumerà il controllo di tutta l’Asia.
La verità sta da qualche parte nel mezzo: l’accordo non preannuncia una radicale liberalizzazione del commercio asiatico. Nasce più che altro come un tentativo di fare ordine riunendo sotto un unico trattato i vari accordi di libero scambio stipulati tra i dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e diversi altri nel Pacifico asiatico: Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.
L’India si è ritirata per paura che l’industria nazionale potesse finire sommersa dalle importazioni cinesi. È stato così eliminato il principale ostacolo al raggiungimento dell’accordo. Poiché però l’India sarebbe stata la terza economia dell’Rcep ed è partner di pochissimi accordi commerciali bilaterali, la sua uscita ha privato l’accordo di alcuni dei più importanti benefici derivanti dall’apertura dei mercati. L’India potrebbe ancora entrare nel partenariato, ma nell’ultimo anno i suoi rapporti con la Cina si sono deteriorati su diversi fronti. Liu Zongyi, un docente cinese che scrive su Global Times, si è rallegrato sulle pagine del tabloid del Partito comunista cinese per il fatto che l’India avesse perso “la sua ultima possibilità di integrarsi nel processo di globalizzazione”.
L’Rcep si sovrappone a un altro grande patto commerciale regionale, l’Accordo comprensivo e progressivo di partenariato transpacifico (Cptpp). Stipulato nel 2018 da 11 paesi, quello che in origine era il Parteneriato transpacifico (Tpp) avrebbe dovuto includere anche gli Stati Uniti se il presidente statunitense Donald Trump non si fosse ritirato subito dopo il suo insediamento. Mentre i due accordi erano ancora in fase negoziale, i funzionari americani avevano respinto con scherno l’Rcep definendolo un patto poco rilevante, concepito con una mentalità novecentesca, concentrato sulle tariffe e su misure rudimentali per facilitare gli scambi commerciali. In confronto il Tpp abbracciava ambiti come gli standard ambientali e del lavoro e comprendeva regole per le aziende di proprietà statale.
È vero che l’Rcep è meno ambizioso, come c’era da aspettarsi da un accordo che ha tra i suoi firmatari paesi molto ricchi quali il Giappone (appena uscito dalla recessione, con il pil cresciuto del 5 per cento nel terzo trimestre del 2020) e Singapore e paesi molto poveri come il Laos e la Birmania. Secondo una stima, l’accordo elimina il 90 per cento circa delle tariffe, ma solo per vent’anni dopo la sua entrata in vigore (che richiederà la ratifica di tutti i quindici paesi). Sul fronte dei servizi è lacunoso e di fatto lascia fuori l’agricoltura. Il Giappone, per esempio, manterrà i suoi alti dazi doganali sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli “politicamente sensibili” (riso, grano, carne di manzo e di maiale, prodotti caseari e zucchero), tagliati nel Tpp.
Il Partenariato economico globale regionale (Rcep) ha combinato gran parte degli accordi commerciali già in vigore tra i paesi dell’Asean (Associazione dei paesi del sudest asiatico formata da Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Birmania, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) in un unico patto multilaterale con Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. “L’Rcep porta l’Asia a un passo dal diventare una zona commerciale coerente come l’Unione europea o il Nordamerica, anche se non porterà a una grande e generale riduzione dei dazi nella regione”, scrive il Financial Times. Due sono gli elementi importanti contenuti nell’accordo: le regole di origine, cioè i criteri che derminano dove un prodotto è stato fatto e il fatto che l’Rcep, anche se poco ambizioso, è il primo trattato di libero scambio tra Cina, Giappone e Corea del Sud. Per questioni politiche i tre paesi da soli non sarebbero mai riusciti a raggiungere un accordo simile.
“L’India ha rinunciato al partenariato per proteggere la sua economia dai deficit commerciali che sarebbero nati con gran parte dei quindici paesi firmatari. In un primo momento gli industriali, i commercianti e gli agricoltori indiani avevano accolto positivamente la decisione, che però, a un anno di distanza, appare discutibile”, scrive The Hindu. “Con il commercio e l’economia globali che affondano a causa della pandemia, paesi come la Cina, la Corea del Sud, il Vietnam, l’Australia e la Nuova Zelanda sono una sicurezza contro il contagio e nello sforzo per ridare energia all’economia. I paesi firmatari rappresentano il 30 per cento del pil globale e un terzo della popolazione mondiale e in questo momento l’accordo è un’opportunità unica per sostenere la loro ripresa economica. Ma la porta è ancora aperta per l’India, e New Delhi dovrebbe ripensarci”. Paesi come il Vietnam e le Filippine, che al pari dell’India hanno dispute in corso con Pechino, hanno messo da parte le questioni geopolitiche e privilegiato l’economia. ◆
I punti forti
L’Rcep tuttavia armonizza in modo innovativo le norme sull’origine dei prodotti contenute nei diversi accordi di libero scambio dell’Asean e stabilisce regole regionali secondo cui i semilavorati possono provenire da uno qualsiasi dei paesi firmatari. Per questo ci si aspetta che abbia un impatto economico rilevante. Secondo dei modelli citati in un saggio del Peterson institute for international economics di Peter Petri e Michael Plummer, nel 2030 l’accordo farà aumentare il pil globale di 186 miliardi di dollari all’anno (rispetto ai 147 miliardi stimati per il Cptpp). Nello stesso articolo si legge che i benefici saranno particolarmente rilevanti per Cina, Giappone e Corea del Sud. L’accordo incoraggerà inoltre gli sforzi compiuti da questi tre paesi per siglare un trattato di libero scambio trilaterale, in discussione da quando si è iniziato a parlare dell’Rcep ma impantanato a causa di contrasti politici.
La Cina avrà anche altri vantaggi. Entrando per la prima volta in un accordo plurilaterale, potrà presentarsi come un paese impegnato nella liberalizzazione dei commerci in un momento in cui gli Stati Uniti appaiono relativamente disinteressati alla regione e stanno ancora portando avanti una guerra commerciale con Pechino. Il primo ministro cinese Li Keqiang ha festeggiato la firma dell’accordo, definendolo “una vittoria del multilateralismo e del libero commercio” e, in un impeto di lirismo, “un raggio di luce e speranza in mezzo alle nuvole”.
L’accordo orienterà ancora di più in senso regionale il commercio cinese. Il quadro dominato da filiere di prodotti manifatturieri che coinvolgevano diversi paesi asiatici prima di essere esportati in occidente sta cambiando. Secondo l’Institute of international finance, un’associazione del settore finanziario con sede a Washington, nella prima metà di quest’anno l’Asean ha preso il posto dell’Unione europea come principale partner commerciale della Cina.
L’Rcep è stato firmato in occasione del vertice virtuale dell’Asean e sarà considerato una giustificazione per l’atteggiamento lento e progressivo che l’associazione dei paesi del sudest asiatico applica ai negoziati su qualsiasi cosa, dal commercio alle dispute territoriali nel mar Cinese meridionale. Nel lungo periodo, però, anche alcuni dei paesi firmatari temono la deriva verso un mondo in cui la potenza economica, politica e militare della Cina potrebbe dominare l’Asia. Per questa ragione molti paesi dell’Asean sperano che con Joe Biden alla Casa Bianca gli Stati Uniti s’impegnino di nuovo nella regione. Dopotutto è questo il motivo per cui l’amministrazione Obama aveva puntato tanto sul Tpp. Ma sembra poco probabile che Biden possa cercare di far aderire Washington all’accordo venuto dopo il Tpp. Ha molte altre battaglie da combattere. L’Asia continuerà a essere plasmata dal peso crescente della Cina e dalla corrispondente indifferenza degli Stati Uniti. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati