Le stanze in penombra del Museo nazionale di antropologia a Città del Messico, che ospitano reperti provenienti da civiltà vissute e scomparse secoli fa, sono state lo scenario perfetto dell’ultimo giro di consultazioni organizzate per superare la crisi del Venezuela. Il 13 agosto, alla presenza di un mediatore norvegese e sotto lo sguardo del ministro degli esteri messicano, i rappresentanti del governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro e quelli dell’opposizione hanno firmato un memorandum d’intesa che ha gettato le basi per un ulteriore dialogo. L’obiettivo è organizzare elezioni libere in cambio della revoca delle sanzioni internazionali.

I negoziati sono cominciati il 3 settembre e potrebbero continuare per mesi, addirittura anni. In Venezuela molti sono scettici. Dal 2013, quando Maduro ha preso il posto del defunto Hugo Chávez, è la quinta volta che il governo e l’opposizione avviano un negoziato formale. I tentativi precedenti non hanno mai prodotto risultati apprezzabili. Maduro nel frattempo ha consolidato il suo potere e ha progressivamente impoverito il paese. Dal 2013 il pil nazionale si è ridotto di più del 75 per cento.

Una strategia diversa

Ma le persone coinvolte assicurano che questi negoziati saranno diversi. “C’è voluto molto impegno per arrivare dove siamo”, spiega un diplomatico europeo a Caracas. A differenza dei precedenti incontri riservati organizzati a Barbados nel 2019 e nella Repubblica Dominicana nel 2017, il dialogo in corso in Messico ha dei sostenitori internazionali. La Russia, che mantiene un legame stretto con l’esercito venezuelano, partecipa all’interno di un “gruppo di amici” del governo, mentre i Paesi Bassi assistono l’opposizione.

Gli ottimisti sottolineano che Donald Trump non è più alla Casa Bianca. La politica dell’ex presidente statunitense verso il Venezuela era basata sulla “massima pressione”, cioè sull’aumento delle sanzioni economiche e sulla vaga minaccia di un intervento militare. La sua amministrazione aveva avuto un ruolo di primo piano nella creazione della coalizione internazionale (composta da quasi 60 paesi) che aveva riconosciuto come presidente legittimo del Venezuela Juan Guaidó, uno dei leader dell’opposizione, sostenendo che Maduro avesse truccato le elezioni del 2018 e governasse in modo illegittimo. Lo scopo della manovra era forzare la caduta di Maduro, non certo avviare un dialogo. Ma quella politica si è rivelata fallimentare.

Anche se Maduro ha il sostegno solo del 16 per cento dei venezuelani (secondo un sondaggio della società venezuelana Datanalisis) ha tutte le armi ed è pronto a usarle. L’opposizione è esausta e spaventata. Guaidó, che nel 2019 ha portato in piazza milioni di persone, non è più una minaccia. Il numero di paesi che lo considera ancora il leader del Venezuela si è ridotto a otto. L’esercito resta saldamente dalla parte di Maduro. Quasi sei milioni di persone, un quinto della popolazione, hanno ormai lasciato il paese.

Ma allora perché Maduro si preoccupa di mandare una delegazione in Messico per negoziare con l’opposizione? La motivazione principale è machiavellica: vuole dividere i suoi nemici e mettere fine alla “presidenza ad interim” di Guaidó. Forse non è un caso che il capo negoziatore del governo sia Jorge Rodríguez, psichiatra ed ex vicepresidente. Secondo alcuni Rodríguez si diverte a fare giochetti psicologici con un’opposizione che per mesi è stata indecisa sull’opportunità di partecipare ai negoziati.

Guaidó e il suo mentore Leopoldo López, in esilio, erano i più diffidenti. Entrambi hanno dichiarato in passato che Maduro, da loro definito un “usurpatore”, dovrebbe dimettersi prima dell’avvio di qualsiasi dialogo serio sul futuro del ­paese. Secondo altri esponenti dell’opposizione, come l’ex candidato alla presidenza Henrique Capriles, partecipare alla trattativa e alle elezioni è utile per evitare di diventare politicamente irrilevanti. Alla fine Guaidó ha accettato di partecipare ai colloqui a maggio. La sua decisione è stata influenzata dalla posizione del presidente statunitense Joe Biden, convinto che non esista un modo rapido per salvare il Venezuela dal disastro. “È stato uno spettacolo piuttosto piacevole”, ammette un alleato del governo riferendosi ai tentennamenti dell’opposizione.

Revocare le sanzioni

Oltre alla possibilità di colpire un’opposizione indebolita, un successo della trattativa potrebbe offrire a Maduro l’occasione di ottenere risultati concreti. Il vantaggio principale sarebbe la revoca anche se parziale delle sanzioni, che si sono accumulate dal 2015 a oggi. Quelle imposte dagli Stati Uniti colpiscono l’industria petrolifera, l’accesso ai mercati dei capitali e a livello individuale quasi tutti i principali esponenti del governo di Maduro. L’economia ha poche speranze di riprendersi se le sanzioni resteranno in vigore. Washington ha reso noto che è disposta ad allentarle, ma solo quando il governo di Maduro, che negli ultimi otto anni ha cercato di sabotare in tutti i modi le istituzioni democratiche, dimostrerà di aver cambiato orientamento. La prima verifica arriverà il 21 novembre, quando dovrebbero svolgersi le elezioni regionali per scegliere 23 governatori e 355 sindaci.

Gran parte dell’opposizione non partecipa alle elezioni dal 2017, in segno di protesta contro i brogli. Tuttavia il 31 agosto Plataforma unitaria, un’alleanza che riunisce tutti i partiti di opposizione, ha comunicato che prenderà parte al voto di novembre, anche se non sarà “giusto né convenzionale”.

La decisione sembra un gesto di buona volontà verso i negoziati. Lo stesso giorno Freddy Guevara, un importante esponente del partito Voluntad popular (lo stesso di Guaidó), ha improvvisamente invitato ad abbandonare la strategia conflittuale nei confronti di Maduro: “Per anni ognuno dei due fronti ha creduto di poter schiacciare o sovrastare l’altro. Questo circolo vizioso deve fermarsi. Abbiamo bisogno di un processo di coesistenza”, ha detto. Alcuni giorni prima Guevara era stato rilasciato dal carcere dopo essere stato arbitrariamente arrestato il 12 luglio a Caracas con l’accusa di terrorismo, attentato contro l’ordine costituzionale e tradimento.

Pochi venezuelani pensano che la trattativa in Messico finirà con un accordo. Eppure i partecipanti sembrano fiduciosi sulla possibilità di un cambiamento. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati