Immaginate una barca giocattolo abbastanza piccola da stare nel palmo di una mano. Al centro dello scafo posizionate una bobina di filo da cucito. Moltiplicate tutto per mille e avrete la Nexans Aurora, una nave lunga 150 metri. Il filo è il cavo ad alta tensione che viene depositato sul fondale marino dalla poppa della nave. Con un peso di 150 chili al metro e lo spessore di un tronco d’albero, il cavo è fatto di alluminio, acciaio e materiale isolante. Una bobina ha un diametro di trenta metri e pesa come la torre Eiffel.

Il settore dell’energia sta cambiando. Il consumo aumenta, soprattutto a causa dell’uso delle auto elettriche, e aumenta anche la produzione, grazie alle fonti rinnovabili. Trovare un equilibrio tra la domanda e l’offerta non è mai facile, come dimostrano gli attuali problemi del mercato del gas europeo. La situazione è ancora più complicata per l’elettricità, che è più difficile da conservare rispetto al gas, al carbone, al diesel e ai trucioli di legno. Le rinnovabili aggiungono ulteriori ostacoli: il vento soffia in modo imprevedibile, il sole può essere coperto dalle nuvole e sparisce di notte. Il risultato è che la maggior parte dell’energia elettrica prodotta dev’essere consumata immediatamente e, per quanto possibile, nel posto dove viene generata.

Negli ulimi anni gli imprenditori, i politici e gli investitori hanno discusso molto dei metodi per tenere separati il momento del consumo e quello della produzione usando enormi batterie o altri sistemi di stoccaggio. Ma per ora è una procedura poco pratica. A guadagnare terreno, invece, è la proposta di separare le due fasi nello spazio. Per metterla in pratica bisogna migliorare la rete di cavi che trasportano la corrente elettrica dal luogo in cui viene prodotta a quello in cui viene consumata. Si potrebbe, per esempio, allacciare la rete a un parco eolico in mare aperto. Servono anche collegamenti per collegare le reti nazionali, spesso all’interno delle aree dove oggi si svolge la maggior parte del commercio di elettricità, come l’Unione europea.

Questo spiega il bisogno di cavi sottomarini e grandi navi. Il potenziale di questo giro d’affari è enorme. Nel 2018 solo il 4,3 per cento dell’energia elettrica generata dai paesi dell’Ocse è stato esportato. Più del 2 per cento esportato negli anni settanta, ma molto lontano da risorse sostituibili come il petrolio.

Gli sviluppi recenti hanno fatto crescere gli ordini per chi produce e installa i cavi, come Nexans, l’azienda proprietaria della Nexans Aurora. La banca Credit Suisse prevede che nel 2022 il posizionamento dei cavi sui fondali frutterà entrate per 5,5 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto al 2020. Secondo le previsioni, i guadagni dei parchi eolici offshore triplicheranno tra il 2020 e il 2035. L’entusiasmo degli investitori per i cavi elettrici ha fatto impennare il costo delle azioni della Nexans e degli altri due giganti europei del settore, Nkt e Prysmian. A febbraio la Nexans ha annunciato che presto ridurrà la produzione di cavi non elettrici (rivolta all’industria e ai centri dati) per concentrarsi sulle linee di trasmissione.

Amici energetici

Soddisfare l’altalenante domanda di elettricità è difficile, ma ci sono informazioni su cui basarsi. I gestori della rete britannica, per esempio, sanno che devono attivare le centrali quando le soap opera finiscono e gli spettatori mettono a scaldare l’acqua per il tè. Bisognerebbe fare qualcosa di simile sui collegamenti delle reti elettriche, in base alle diverse tendenze di produzione e consumo: far combaciare domanda e fornitura attraverso il trasporto dell’elettricità per lunghe distanze.

Cavi più lunghi significa non dover “cucire” tra loro cavi di cento chilometri

Prendiamo il caso della Danimarca, che ha installato abbastanza pale eoliche da coprire l’intero fabbisogno energetico nelle giornate in cui tira vento. Ma le correnti sono imprevedibili, quindi i danesi hanno bisogno di un piano di riserva. Senza batterie, il governo potrebbe tenere aperti gli impianti a combustibili fossili e usarli a intermittenza.

Ma una soluzione più sensata è un cavo che collega la Danimarca con la Norvegia, un paese con un ampio potenziale idroelettrico. Quando soffia il vento, entrambi i paesi possono usare l’energia prodotta dalle pale danesi, mantenendo l’acqua norvegese nei bacini. Nei giorni senza vento i laghi norvegesi vengono prosciugati più rapidamente per aiutare la Danimarca.

Collegamenti dalla Danimarca ai Paesi Bassi, alla Svezia, alla Germania e al Regno Unito (in programma nel 2023) forniscono opzioni ulteriori. Con un numero di collegamenti sufficienti, l’elettricità può diventare una merce scambiabile. Quindi per ridurre le emissioni di CO2 i gestori delle reti locali devono comprare o vendere il contratto giusto invece di costruire un parco eolico o un impianto fotovoltaico nel posto sbagliato.

Questa prospettiva spiega perché i collegamenti si stanno moltiplicando. L’Europa è la nuova frontiera del posizionamento dei cavi. L’elettrificazione, soprattutto attraverso le energie rinnovabili, ha un ruolo cruciale nel piano per azzerare le emissioni nette entro il 2050. Le regole comunitarie hanno imposto l’integrazione delle reti nazionali in un’unica rete, spesso attraverso investimenti pubblici. Le coste del continente sono ideali per generare l’energia eolica e per posizionare cavi elettrici sul fondale, lontano dalla vista di chi potrebbe opporsi alla loro presenza.

Le dinamiche mutevoli della produzione di elettricità giocano un ruolo importante. In passato la Germania era un grande esportatore di elettricità. Ma oggi – a causa del progressivo abbandono del carbone e della chiusura degli impianti nucleari – sta diventando un paese importatore. Inoltre il bisogno di affidarsi a fonti rinnovabili ha creato situazioni in cui l’elettricità viene generata nei posti sbagliati. In Italia le centrali sono state costruite vicino alle industrie, soprattutto nel nord del paese. Ma il vento e il sole sono più presenti nel sud, che è poco sviluppato. “Per passare alle rinnovabili abbiamo bisogno di un maggiore equilibrio, di una migliore transizione”, spiega Stefano Antonio Donnarumma, amministratore delegato di Terna, l’operatore che gestisce la trasmissione italiana in alta tensione.

I passi avanti nella posa dei cavi sottomarini hanno fatto la differenza. Mentre le navi della generazione precedente rischiavano di ribaltarsi quando dovevano stendere cavi a più di 1.200 metri di profondità, la Nexans Aurora e le sue concorrenti possono arrivare fino a tremila metri. Questo crea una serie di possibilità nel Mediterraneo.

All’inizio di ottobre la Nexans Aurora si stava preparando per posizionare il primo cavo di collegamento tra l’isola di Creta e la Grecia continentale.

Cavi più lunghi significa non dover “cucire” tra loro cavi di cento chilometri ciascuno. Entro la fine del mese entrerà in funzione un cavo da 720 chilometri tra la Norvegia e il Regno Unito. Molti progetti sono in fase di pianificazione, per esempio quelli che dovrebbero collegare la Grecia a Israele o la Francia all’Irlanda. Altri sono più teorici, come il cavo da 3.800 chilometri che dovrebbe collegare gli impianti fotovoltaici dell’assolato Marocco con il Regno Unito. Un altro consorzio vorrebbe collegare Australia, Indonesia e Singapore, un progetto da 4.200 chilometri.

Sforzo impercettibile

Christopher Guérin, amministratore delegato della Nexans, sostiene che entro il 2030 saranno posizionati 72mila chilometri di cavi, sette volte quelli attuali. A questo si aggiungono i cavi necessari per migliorare i collegamenti terrestri, che in molti casi sono in pessimo stato. La crisi energetica che ha colpito il Texas all’inizio del 2021 ha portato il congresso statunitense a stanziare fondi per migliorare le reti in tutto il paese.

Un’opportunità più immediata è collegare i parchi eolici alle reti elettriche terrestri. I produttori di cavi sono comprensibilmente felici che un numero sempre maggiore di queste strutture sia costruito lontano dalla costa. La prospettiva di parchi eolici galleggianti, che potrebbero essere posizionati ancora più al largo, rappresenterebbe per loro ulteriori guadagni. L’Agenzia internazionale per l’energia, un’istituzione che riunisce i paesi ricchi, sostiene che per raggiungere gli obiettivi sulla decarbonizzazione bisogna installare parchi eolici in mare aperto capaci di produrre 80 gigawatt ogni anno fino al 2030. Ogni gigawatt prodotto offshore richiede circa 250 milioni di euro di cavi, spiega Max Yates di Credit Suisse.

L’urgenza di questo sforzo di ricollegamento mondiale è quasi impercettibile dal ponte della Nexans Aurora. Le bobine rilasciano il cavo a un ritmo rilassato: dieci o dodici chilometri al giorno sono considerati un buon risultato. In ogni caso le future autostrade dell’energia stanno diventando una realtà. Avanti a velocità costante. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati