In questo libro autobiografico Amélie Nothomb attraversa la sua vita a volo d’uccello. Ha già raccontato la sua infanzia passata in Giappone, in Cina, a New York e poi in Bangladesh dove, a 12 anni, è stata stuprata. La scrittrice è dotata, addirittura superdotata, aggraziata e divertente e la sua storia si arricchisce di libro in libro, come il suo talento. Grave e leggera, Nothomb riesce a fermare immagini che durano un secondo. Descrive genitori ambivalenti loro malgrado, una nonna materna costante nell’esercizio della cattiveria e una serie di complessi che chiamiamo infantili ma che si trascinano per tutta la vita. La metafora è la figura retorica che più ricorre in Psicopompo. Fin da bambina Nothomb s’identifica con gli uccelli. Acquisisce una “visione laterale” e vede il mondo “dai lati”, vede cioè arrivare il pericolo mentre gli altri sonnecchiano e quando il male arriva vede tutto guardando altrove. Non ci sono solo cose tristi in questo libro: quando prepara la colazione per il padre diventa “la vestale del caffè”. Nothomb descrive la cerimonia del caffè che le vale la gratitudine del padre: “Riconosco il tuo caffè, solo tu sai farlo così forte”. Amélie Nothomb non parla mai dello stupro ma evoca “le mani del mare”che strappano il guscio dell’uccellino minuscolo che era. Il “poverina” pronunciato da sua madre dopo il dramma è stato un po’ troppo breve e dopo la morte del padre capisce che “amarlo educatamente” significa non dovergli mentire più.
Virginie Bloch-Lainé, Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1552 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati