Il secondo lungometraggio di Payal Kapadia, primo film indiano (per di più indipendente) a vincere il Grand prix a Cannes, comincia con il caos di Mumbai, che però sembra diverso dal solito. C’è un senso del ritmo nel disordine, una qualche forma di destrezza nel navigarlo. Lentamente il ritmo rallenta fino a soffermarsi sul volto pensieroso e stanco di una donna su un treno, con il paesaggio che scorre veloce dietro di lei. La scena è quasi ipnotica. Poi quando abbiamo fissato il suo volto nella nostra mente, il ritmo cambia di nuovo e ci ritroviamo nel caos della città. Queste prime immagini stabiliscono in modo magistrale i battiti poetici di All we imagine as light, un capolavoro per la forza del linguaggio visivo e per la tenerezza della storia che racconta. La donna sul treno è Prabha, un’infermiera, che divide la casa con Anu, anche lei infermiera, più giovane e inesperta. Le due donne, entrambe trapiantate dal Kerala, passano tanto tempo insieme eppure hanno dei segreti l’una per l’altra. Prabha non sa che Anu ha un fidanzato musulmano. E Anu non sa che Prabha è divorata interiormente dalla lunga assenza del marito che, emigrato in Germania, non le dà più notizie da tempo. La città appartiene a tutti e a nessuno. Si può rimanere anonimi, ma non si è mai completamente liberi. Kapadia non mette in primo piano la politica che però pulsa silenziosamente in tutto il film, soprattutto nella storia di Parvati, amica di Prabha, prossima allo sfratto perché non può dimostrare che il marito alla sua morte le ha lasciato la casa. Ed è anche nella rappresentazione della storia d’amore “proibita” di Anu. Parvati decide di andarsene (prima che qualcuno la costringa a farlo) e le due infermiere decidono di accompagnarla nella città sulla costa di cui è originaria. A quel punto tutto cambia. Il ritmo, le inquadrature, la luce e con loro l’umore delle tre amiche. Intrecciando i fili delle loro speranze e dei loro desideri, Kapadia ha creato un dramma profondo e intimo, concentrato sulle vite interiori di tre donne indiane lavoratrici. Un promemoria che la speranza si può ancora vedere all’orizzonte, come il primo raggio di luce dopo la più scura delle notti.
Pahull Bains, Mint
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Questo articolo è uscito sul numero 1584 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati