Si esce dalla visione di Nouvelle Vague con il cuore leggero. Questo non è un risultato da poco considerata l’attesa che c’era intorno al film, caricata dal peso del mito e della storia. Decidendo di raccontare la realizzazione di Fino all’ultimo respiro, Richard Linklater si è esposto a molti pericoli: nostalgia vintage o funebre, confronto estetico con un modello travolgente, le maledizioni dei godardiani, degli storici, dei presunti autori, senza contare le accuse di appropriazioni culturali e via dicendo. Di fronte a tutto questo la leggerezza è la scelta migliore di Linklater, oltre che un vero motivo di fedeltà al modello. Niente miracoli quindi: il suo film non deve niente al caso, ma è frutto di un insieme di decisioni ponderate, di procedure complesse, di sperimentazioni e di azzardi dissimulati. Tutte cose che svaniscono di fronte all’energia del film (da vedere in sala), che finisce per diventare addirittura d’attualità.
Pierre Eugène, Cahiers du cinéma

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati