Dopo il via libera ottenuto dal senato, il 15 maggio Kevin Warsh assumerà la carica di presidente della Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi l’economista, che a gennaio è stato indicato da Donald Trump come successore di Jerome Powell, si è sottoposto all’esame dei parlamentari, cercando di convincerli che non sarà un burattino nelle mani del presidente.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha fatto di tutto per sottomettere la Fed ai suoi voleri, convinto che l’istituto non abbia tagliato abbastanza il costo del denaro: oggi i tassi di riferimento sono vicini al 3,75 per cento, mentre Trump sostiene che dovrebbero stare al massimo al 2 per cento.
Per questo ha attaccato ripetutamente Powell. Prima con invettive piene di insulti – “stupido”, “testardo come un mulo”, “brutta persona”, “testa vuota” – e poi affibbiandogli il nomignolo spregiativo di Too Late (Troppo tardi): “Jerome, sei il solito ‘troppo tardi’. Sei costato agli Stati Uniti una fortuna e continui a farlo. Dovresti abbassare il costo del denaro di un bel po’. Sono andati in fumo centinaia di miliardi di dollari senza che ci sia inflazione”.
L’11 gennaio 2026 Powell aveva rivelato di essere oggetto perfino di un’azione legale del dipartimento di giustizia, per una vicenda (da molti considerata pretestuosa) legata a un progetto di ristrutturazione della sede dell’istituto. L’indagine è stata archiviata il 24 aprile.
Nell’agosto 2025, inoltre, Trump aveva annunciato il licenziamento “immediato” di Lisa Cook, una delle governatrici della Fed, accusandola di aver falsificato dei documenti per ottenere un mutuo. In seguito la sentenza di un tribunale ha permesso a Cook di restare in carica, ma sul suo caso è atteso un pronunciamento della corte suprema.
Ai senatori Warsh ha ribadito che non sarà un esecutore degli ordini di Trump, anche se per conquistare le sue simpatie ha già messo da parte le passate convinzioni da nemico dell’inflazione e del credito facile e – forse per non scontentare troppo il movimento Make America great again (Maga) – si è limitato a ribadire che il risultato delle elezioni presidenziali del 2020 (la vittoria di Joe Biden contestata da Trump e poi sfociata nell’assalto al campidoglio di Washington del 6 gennaio 2021) è stato ratificato.
Decisioni collegiali
Al di là delle rassicurazioni di Warsh, la politica e la finanza sono consapevoli di un aspetto che Trump e i suoi fedelissimi ignorano o fingono di ignorare: un fedelissimo ai vertici della Fed non garantisce che la banca farà tutto quello che dice la Casa Bianca, semplicemente perché ogni decisione dell’istituto è presa in modo collegiale dal consiglio dei governatori della Fed (in cui Powell ha annunciato che resterà anche dopo aver lasciato la presidenza, per altri due anni) e dalle varie commissioni in cui i governatori siedono insieme ai capi degli istituti regionali della banca.
Una conferma delle difficoltà che attendono Warsh è arrivata il 30 aprile, quando la Fed ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro. Trump invece vuole tassi molto bassi, soprattutto per poter finanziare agevolmente a debito i suoi piani di politica economica, per esempio l’estensione dei tagli fiscali favorevoli ai più ricchi e alle multinazionali introdotti nel 2017, durante il suo primo mandato, e scaduti alla fine del 2025; o l’aumento della spesa per le forze armate e per il controllo dell’immigrazione, in particolare per le espulsioni di massa degli stranieri.
Queste misure peseranno non poco sul bilancio federale e quindi sulle tasche degli statunitensi: l’Ufficio di bilancio del congresso (Congressional budget office, Cbo), un’agenzia federale che fornisce al parlamento studi sui conti pubblici, stima che entro il 2034 le politiche finanziarie della Casa Bianca aggiungeranno al bilancio federale altri 3.300 miliardi di dollari di debiti e che nei prossimi dieci il deficit di bilancio potrebbe raggiungere i 1.100 miliardi di dollari.
C’è però un altro aspetto emerso nelle audizioni di Warsh e meno discusso. L’ha fatto notare Gillian Tett sul Financial Times: Warsh ha dichiarato che sotto la sua presidenza la Fed dovrà lavorare in sintonia con il segretario al tesoro Scott Bessent e il segretario di stato Marco Rubio per far sì che la politica monetaria sia in linea con le iniziative statunitensi in tutto il mondo.
In sostanza, con Warsh la Fed abbraccerà la geopolitica, cioè cercherà di usare il potere del dollaro per raggiungere obiettivi di politica estera o di altra natura. Tutto questo, spiega Tett, passa soprattutto per uno strumento: le linee di swap, accordi tra due banche centrali per lo scambio delle rispettive valute. In questo modo una banca centrale ottiene liquidità in valuta estera, nella maggior parte dei casi per soddisfare il fabbisogno delle banche commerciali del proprio paese quando non riesce a farlo da sola.
In genere le linee di swap sono accordi stipulati in via precauzionale e spesso non vengono usate. Con Trump al potere, invece, stanno diventando uno strumento di geopolitica che permette alla Casa Bianca di portare dalla propria parte, o meglio asservire, un paese in difficoltà o comunque di ricattarlo.
È già successo con l’Argentina di Javier Milei, che nel 2025 ha ottenuto una boccata d’ossigeno da venti miliardi di dollari per tenere in piedi l’economia nazionale. E potrebbe ripetersi con i paesi arabi, in crescente difficoltà a causa della guerra contro l’Iran. È di questi giorni la notizia che gli Emirati Arabi Uniti e altri alleati del golfo Persico hanno chiesto una linea di swap agli Stati Uniti. A quanto pare, Trump ha risposto: “Se potessi aiutarli, lo farei”.
L’aspetto più inquietante è che in questo mandato Trump ha manovrato per tenere fuori la Fed dalla sorveglianza bancaria e dalla gestione delle linee di swap. Una conferma, osserva Tett, che strumenti un tempo usati in autonomia dalle banca centrali “stanno diventando armi politiche”.
Lo stesso Bessent ormai dice apertamente che “vuole usare le linee di swap per promuovere il dominio statunitense, premiare gli alleati e rafforzare la supremazia del dollaro”. Certe dichiarazioni dovrebbero allarmare i paesi dell’Unione europea, da tempo nel mirino di Trump, che potrebbero vedersi ritirare le linee di swap con gli Stati Uniti se non accontentano l’inquilino della Casa Bianca.
Resta da chiedersi come si potrà organizzare una risposta globale se dovesse scoppiare una crisi finanziaria simile a quella del 2008: all’epoca le banche centrali e i governi occidentali potevano fidarsi della Fed e di Washington; oggi nessuno può giurare che sarà ancora così con gente come Trump e i suoi fedelissimi al potere negli Stati Uniti.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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