Il 10 e l’11 marzo l’Iran ha subìto un altro giorno di intensi raid israeliani e statunitensi, e anche nel Libano meridionale e sulla capitale Beirut le forze di Tel Aviv hanno lanciato una fitta campagna di bombardamenti che ha fatto salire ad almeno 630 il numero delle persone uccise dal 2 marzo, mentre 760mila hanno dovuto abbandonare le loro case. In Iran, invece, le autorità hanno registrato più di 1.300 morti dal 28 febbraio (dati aggiornati all’11 marzo).

All’escalation di Israele si aggiungono le pressioni statunitensi sul governo di Beirut perché fermi le attività dell’organizzazione sciita Hezbollah. Tuttavia “il Libano teme il confronto interno”, nota il sito Al Modon. “Per l’esercito è un dilemma: come può muoversi contro Hezbollah mentre infuria la guerra, con il paese sotto i bombardamenti e la società più divisa che mai? Le ripercussioni di un conflitto interno sarebbero devastanti. Il problema è che il punto di vista libanese non trova ascolto nelle capitali straniere. A Beirut viene chiesto di riformulare gli equilibri interni. È un compito quasi impossibile alla luce della complessa divisione del regime”.

Allo stesso tempo aumentano le preoccupazioni per la situazione sul confine con la Siria, in corrispondenza della valle libanese della Beqaa, dove Hezbollah ha molte delle sue installazioni militari e depositi di armi. Il 9 marzo le autorità siriane hanno fatto sapere che alcuni colpi di artiglieria provenienti dal Libano sono caduti in una località a una ventina di chilometri dalla capitale Damasco. “Si potrebbe aprire un secondo fronte”, scrive Al Modon, anche se per il momento l’eventualità è stata scongiurata dai contatti tra il presidente siriano Ahmed al Sharaa e quello libanese Joseph Aoun per discutere della sicurezza del confine.

Aoun ha anche lanciato la proposta di negoziati diretti con Israele, a cui hanno risposto positivamente diverse forze politiche libanesi, ma non Hezbollah, che non ha commentato. Secondo il quotidiano di Beirut L’Orient-Le Jour la milizia è ormai circondata su più fronti. Inizialmente il piano di Israele e Stati Uniti per neutralizzarla “doveva essere realizzato dal Libano meridionale, con la creazione di una zona cuscinetto di 12 chilometri, completamente sgomberata dalla popolazione. Ma per statunitensi e israeliani la semplice espulsione di Hezbollah da questa zona cuscinetto e la distruzione delle sue installazioni militari non sarebbero bastate a metterlo fuori gioco. Era quindi necessario intervenire nella valle della Beqaa”. Allo stesso tempo gli statunitensi hanno fatto pressione sui funzionari libanesi, sull’esercito e sul suo comandante in capo perché impediscano a Hezbollah ogni attività militare, anche se questo significa ricorrere alla forza. “A sud gli israeliani stanno intensificando l’evacuazione di città e villaggi, anche quelli cristiani che in precedenza erano stati risparmiati. Sui mezzi d’informazione israeliani si discute sempre più spesso di un piano per espandere la zona cuscinetto. Inoltre, dall’entrata di Hezbollah nella guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, si sono moltiplicati i tentativi israeliani di infiltrarsi in territorio libanese. Fonti militari affermano che gli israeliani hanno stabilito quasi dodici nuove postazioni lungo il confine”.

Intanto, secondo la Reuters, “Hezbollah si prepara a mettere in pratica le lezioni dell’ultima guerra con Israele, preparandosi a un’invasione di terra e a un conflitto prolungato, tornando alle sue origini come movimento di guerriglia. Quindi agisce in piccole unità, evita le comunicazioni che possono essere intercettate dagli israeliani e usa con parsimonia i razzi anticarro contro i soldati israeliani”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati