Fango più dolce del miele raccoglie un coro sconvolgente di vittime della dittatura di Enver Hoxha in Albania. Costruito con interviste, alla maniera di Svetlana Aleksievič, è attraversato dalla determinazione della sua autrice (nata a Varsavia nel 1985) di avvicinarsi alla sofferenza di un popolo ancora troppo poco raccontato. In un sistema istituzionalizzato di delazioni e repressione implacabile, quel clima paranoico sconvolse la popolazione, come riassume una delle intervistate: “Alcuni diventavano orecchie e lingue. Altri, muri e pietre. Sotto la pelle spessa si stendeva uno strato di paura e, sotto di esso, un altro di vergogna o di torpore”. Fango più dolce del miele s’inserisce nella tradizione polacca del reportage letterario. Fino alla fine mantiene la tensione tra due certezze solo in apparenza opposte, formulate anche da Varlam Šalamov a proposito di ciò che imparò nel gulag: l’essere umano si trasforma in una bestia dopo lavori forzati, freddo, fame e percosse, ma allo stesso tempo è l’animale più resistente, capace di aggrapparsi alla vita nelle condizioni più avverse.
Marta Rebón, El País
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati