La netta vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia in Italia segna una svolta politica di grande rilievo. Ben oltre il rifiuto di un testo tecnico, il voto si è trasformato in un verdetto politico contro la presidente del consiglio Giorgia Meloni, al governo dall’ottobre 2022. Anche se Meloni ha escluso di dimettersi, questa sconfitta rappresenta un duro colpo per una maggioranza che aveva fatto di questa riforma una prova cruciale della propria solidità.
L’affluenza, eccezionalmente alta per un referendum, testimonia la polarizzazione del paese. Questo voto non si è espresso su una riforma, ha messo in luce una frattura. Due Italie, di peso elettorale simile, si sono confrontate in una campagna referendaria in cui la riforma è stata presentata come una questione quasi esistenziale. Il dibattito ha ampiamente superato il contenuto del testo, cristallizzandosi attorno a due visioni antagoniste della democrazia.
Meloni indebolita
Uno dei principali insegnamenti del voto è proprio che il dibattito non si è concentrato tanto sul merito – la separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri e il sorteggio degli organi di governo della magistratura, misure tecniche complesse – quanto sui princìpi. Nel giro di poco tempo la campagna si è trasformata in uno scontro attorno al simbolo della Costituzione, percepita come un baluardo antifascista nato dopo la dittatura di Benito Mussolini.
L’iniziativa di Meloni, leader di estrema destra, di origine neofascista, è stata percepita dai suoi oppositori come un tentativo di chiudere la parentesi repubblicana aperta dopo il 1945, indebolendo un contropotere considerato essenziale. La presidente del consiglio, dal canto suo, ha presentato la riforma come una necessità per riequilibrare poteri che ritiene ipertrofici e, soprattutto, per promuovere una concezione della democrazia fondata essenzialmente sulla maggioranza elettorale, relegando i contrappesi in secondo piano.
Meloni ha cercato solo all’ultimo momento di convincere che non si trattava di un plebiscito a favore o contro di lei. Questo tentativo ha tuttavia scontato un clima di radicalizzazione alimentato dai ripetuti attacchi del governo ai magistrati, accusati di essere politicizzati.
Questo rifiuto della riforma non significa però che il sistema giudiziario italiano non sia da criticare. La lentezza e l’imprevedibilità dei tribunali restano ostacoli importanti per l’economia e l’attrattività del paese, disfunzioni strutturali che il progetto sottoposto al voto non affrontava. Concentrandosi sul governo della magistratura invece che sul funzionamento quotidiano dei tribunali, il quesito è apparso scollegato dalle reali esigenze di cittadini e imprese.
Delle principali riforme istituzionali annunciate da Meloni, due si sono arenate, e quella sulla giustizia era l’ultimo progetto di punta. In vista delle elezioni legislative del 2027 Meloni rimane in carica, ma è indebolita. Deve ritrovare slancio in un contesto geopolitico ed economico sempre più teso: crisi energetica, crescita lenta, debito pubblico persistente, salari bassi, indicatori sociali e demografici preoccupanti.
Per l’opposizione, la sfida adesso è quella di capitalizzare questo indebolimento, nonostante una evidente carenza di leadership. Più che ridisegnare il panorama politico, il referendum ha di fatto confermato una realtà: l’Italia resta divisa e qualsiasi riforma che tocchi la sua cultura costituzionale è un’impresa ad alto rischio. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati