Rivisitare il passato per parlare del presente, gettare luce su una realtà storica per mostrare che oggi, purtroppo, non tutto è cambiato. Nel film di Marie-Elsa Sgualdo, Emma è una ragazza riservata e devota che lavora come domestica nella casa del pastore in un piccolo paese tra le montagne del Giura, ma aspira a seguire un corso per infermiera e andarsene. Proprio a casa del pastore conosce un giornalista da cui rimane affascinata e che finirà per violentarla. La scena dello stupro è realizzata in modo potente e implacabile. E la violenza suona come una condanna per Emma, destinata a rimanere intrappolata dal determinismo sociale che la costringerà al ruolo di serva prima e di moglie sottomessa poi. La forza del film risiede in più aspetti. Si addentra in una società patriarcale che ha imposto pregiudizi ancora tristemente radicati. L’ambientazione durante la seconda guerra mondiale, poi, amplia la prospettiva, includendo il trattamento disumano riservato agli oppressi e ai migranti in tempo di guerra. Infine c’è l’approccio estetico di Sgualdo, con la sua macchina da presa fluida, mai invadente, sempre alla giusta distanza.
Stéphane Gobbo, Le Temps

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati