Nel dicembre 2019, Hélène Giannecchini sta per concludere il suo secondo libro e pensa già a quello successivo. Vuole scrivere un libro sull’amicizia. L’amicizia come rifugio, come alternativa alla famiglia di sangue per inventare nuove forme di vita collettiva. “Quando mi lancio in questa avventura ho 34 anni”, racconta a Le Monde: “So benissimo che non metterò su famiglia, nonostante le pressioni che subisco. Sono una donna queer alla ricerca della propria storia e di quella dei propri simili”. Nel percorso di Giannecchini, che è anche storica della fotografia, tutto comincia dai libri e prosegue nelle immagini. A questo punto sa che il suo testo parlerà della memoria fragile e lacunosa delle vite queer che l’hanno preceduta. La grande forza di Un desiderio smisurato di amicizia sta nella chiarezza delle sue intenzioni: “Come definire questa storia che inseguo? Femminista, minoritaria, queer? Certamente”, scrive. Nata nel 1987, nel pieno dell’epidemia di aids, l’autrice parte da una constatazione: non le è stata raccontata tutta la sua storia. Per colmare questa lacuna decide di ritrovare le tracce di alcune vite queer che, nonostante le stigmatizzazioni e la marginalizzazione, sono rimaste in piedi, perché hanno saputo inventare altri modi di vivere insieme. Per lei questa vita solidale al di là della famiglia nucleare e dei suoi legami fittizi si fonda sull’amicizia come potente forza di emancipazione.
Amaury da Cunha, Le Monde

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati