La peggiore crisi umanitaria degli ultimi tre anni non è in Iran, in Libano, a Gaza o in Ucraina. Secondo un criterio puramente numerico in Sudan la popolazione ha sofferto più che in tutti questi conflitti messi insieme. Mentre la guerra si avvicina al suo terzo, sanguinoso anniversario, il 15 aprile, più di venti milioni di sudanesi soffrono la fame e 12 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case.

In queste circostanze terrificanti potrebbe sembrare ingenuo cercare un barlume di speranza. Ma gli aspetti incoraggianti esistono, e hanno un nome: le Emergency response rooms (Err), una rete di volontari gestita dalla società civile che opera strada per strada distribuendo cibo, acqua, assistenza medica, prodotti sanitari e conforto psicologico e che nel 2025 si sarebbe meritata il premio Nobel per la pace. Le Err nascono dai cosiddetti comitati di resistenza organizzati contro la dittatura trentennale di Omar al Bashir. Sfortunatamente quel processo è stato sabotato dall’esercito: mentre il conflitto è degenerato, i comitati si sono trasformati in mense per i poveri, ospedali improvvisati e centri di distribuzione dell’acqua. I componenti delle Err, che non sono schierati con nessuna fazione, sono stati attaccati da tutti i fronti. Centinaia di volontari sono morti, ma le reti di soccorso sono rimaste intatte. Quando arriverà il momento di trovare una soluzione politica, queste organizzazioni dovranno assolutamente avere un posto al tavolo delle de­cisioni.

Le Err rappresentano una nuova strategia di aiuti, organizzata dal basso, mentre i paesi occidentali continuano a tagliare il budget per l’assistenza umanitaria. Questo non significa che i movimenti comunitari devono diventare una scusa per ridurre ulteriormente la solidarietà internazionale. Ma in una zona di guerra i gruppi di base riescono a raggiungere aree inaccessibili per le organizzazioni internazionali. Le risorse dovrebbero essere incanalate verso questo tipo di attività, sia in Sudan sia nel contesto delle crisi umanitarie dei prossimi
anni. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati