Lo scrittore e regista francese Éric Vuillard s’immerge nella storia fulminante di William Henry McCarty o Bonney (“nemmeno il suo nome è certo”), alias Billy the Kid. Di lui si sa tutto e quasi nulla (“Billy è un pugno di sabbia negli occhi”), se non che è il più celebrato degli adolescenti ribelli, un emblema della fuga verso cui si sono lanciate generazioni di sognatori, cantanti, romanzieri, viaggiatori e registi. Da Paul Newman a Jean-Pierre Léaud, Billy the Kid ha avuto molti volti; i versi della sua saga sono stati ripresi mille volte, e all’autore non importa. Per lui Billy è l’orfano per eccellenza, un bambino che bisogna ascoltare perché la sua povera voce persiste, blues del desperado che attraversa i secoli per pungolare le coscienze. “Billy racconta la sua vita, ma nessuno lo ascolta”, scrive l’autore. Con Gli orfani Éric Vuillard prosegue il suo progetto di scrivere una storia degli Stati Uniti attraverso il racconto di personaggi emblematici. La neutralità dello storico non gli appartiene: lo ha ribadito quando L’ordine del giorno (Edizioni e/o 2018) è stato premiato con il Goncourt. I suoi libri, per quanto documentati, sono un precipitato di punti di vista. Il romanziere non indossa nemmeno i panni del narratore tradizionale: non tesse una saga, la sconvolge, la decentra, la sospende in un primo piano lirico per poi ripartire a tutta velocità. Il suo ritratto di Billy the Kid è costellato d’immagini febbrili e penetranti di cui riesce a raccogliere le schegge.
Laurent Rigoulet, Télérama

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati