Lea vive in un piccolo paese in cui sono rimasti solo quattro giovani, compresa lei: un luogo così remoto che, se mai accadesse, la fine del mondo non ci arriverebbe. Alla ragazza si accende spesso un fuoco nello stomaco e fantastica di trasferirsi, di avere un futuro in una grande città e anche una figlia. Una figlia che “mangerà prodotti confezionati, perché i bambini di città li mangiano e io, che sarò una madre di città, mi lamenterò e nelle riunioni dei genitori chiederò di rivedere il menù della mensa, perché io sono cresciuta in campagna e lo so che l’alimentazione è la chiave della longevità. Ma sarà tutta una messinscena, non creda, reciterò come fossi un’attrice, perché a me non interessa che mia figlia sia troppo longeva, ché la vita a una certa età diventa incomprensibile”. Lea è la protagonista e la voce narrante di un lungo monologo rivolto a uno sconosciuto in Tante cose non le so, il secondo romanzo di Elisa Levi. L’autrice si ribella con decisione alla visione idilliaca del mondo rurale diffusa dagli epigoni di Henry David Thoreau. Soprattutto presta alla protagonista anche la propria ignoranza in alcuni ambiti della vita: quel “tante cose non le so”può essere letto come una dichiarazione d’intenti, quasi un manifesto, in un momento in cui tutti non fanno che esibire le loro certezze sui social. Lo scrittore spagnolo Jesús Carrasco ha elogiato la voce “piena di forza e di carattere” di Levi, ma lei preferisce pensare che in ogni suo libro sia la voce dei personaggi a emergere.
Braulio Ortiz, Diario de Sevilla

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati