“La chiusura dello stretto di Hormuz, da cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, sta diventando un problema molto serio per il trasporto aereo”, scrive Le Monde. Con l’avvicinarsi dell’estate – il periodo di massimo traffico aereo, che di solito dura fino a ottobre – crescono i timori che la scarsità di carburante faccia aumentare i prezzi e cancellare i voli.
I segnali d’allarme si stanno moltiplicando. Negli ultimi giorni varie compagnie aeree hanno annunciato riduzioni dei servizi: Air France-Klm ha cancellato decine di collegamenti da Amsterdam, Air Canada ha sospeso alcune rotte verso New York, mentre Lufthansa ha lasciato a terra alcuni aerei che consumano di più. Nel complesso, 19 delle 20 compagnie più grandi hanno tagliato la loro capacità per maggio.
“Alla base di questa situazione c’è una doppia fragilità. La prima è logistica: il trasporto aereo dipende quasi esclusivamente dal cherosene (Jet-A1) e circa il 40 per cento delle forniture globali transita dallo stretto di Hormuz”. Può bastare una riduzione delle forniture in alcuni punti per scatenare il panico. Lo dimostrano alcuni casi delle ultime settimane: tra il 18 e il 27 marzo i volumi di cherosene consegnati a diversi aeroporti dei paesi del Benelux, tra cui quello di Liegi, sono diminuiti del 50 per cento, creando disagi importanti; pochi giorni dopo, una mancata consegna in Italia ha portato, il 5 aprile, a restrizioni di carburante in vari scali, tra cui Bologna, Milano e Venezia.
La seconda debolezza è economica. Il costo del carburante è più che raddoppiato rispetto al periodo precedente alla guerra, mettendo sotto pressione i conti delle compagnie. Un volo intercontinentale può arrivare a costare il doppio solo per il carburante, spingendo i vettori a cancellare le rotte meno convenienti e ad alzare i prezzi dei biglietti. Si crea così un effetto a catena: meno offerta, tariffe più alte e una contrazione della domanda.
Anche se le autorità dell’Unione europea e alcuni operatori sottolineano che non c’è ancora una carenza immediata negli aeroporti, il sistema è sotto stress. Gli scali europei hanno avvertito che, senza una ripresa stabile dei flussi attraverso Hormuz, nel giro di poche settimane si potrebbe arrivare a una carenza sistemica. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, l’Europa dispone di riserve “forse per sei settimane”, un margine estremamente ridotto mentre si avvicina l’alta stagione.
“Di fronte a questo scenario”, spiega il Financial Times, “la Commissione europea sta preparando una risposta coordinata. L’obiettivo è evitare che la crisi dei prezzi si trasformi in una crisi di approvvigionamento”. Bruxelles vuole rafforzare il monitoraggio delle scorte e delle capacità di raffinazione, anche creando un “osservatorio del carburante” che mappi in tempo reale produzione e flussi.
La misura più significativa sarebbe la condivisione delle riserve tra stati membri: un meccanismo di redistribuzione del cherosene sul modello della solidarietà adottata per i vaccini durante la pandemia di covid. L’idea è evitare squilibri, in modo che singoli paesi o aeroporti non restino senza carburante mentre altri hanno scorte sufficienti.
La Commissione punta anche a coordinare fornitori, aeroporti e compagnie per individuare fonti alternative e ottimizzare l’uso delle raffinerie europee, aumentando la produzione interna.
Applicare questo piano implica una sfida politica oltre che tecnica, perché la redistribuzione di risorse scarse potrebbe generare tensioni tra gli stati. Bruxelles confida in uno spirito di solidarietà, ma molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati