Hanno lo sguardo fiero rivolto verso l’alto o all’obiettivo. Posano con disinvoltura, indossando abiti tradizionali, e sono circondate da elementi e simboli che raccontano le loro storie. Sono le donne ritratte dalla fotografa messicana Citlali Fabián per la serie Bilha, stories of my sisters. Non sono sorelle di sangue, come si potrebbe pensare dal titolo, ma donne che condividono le stesse origini: sono indigene, principalmente della regione di Oaxaca. Attraverso questo lavoro Fabián – originaria della comunità zapoteca del villaggio di Yalálag, nel sud del Messico – s’interroga su cosa significa essere indigene oggi, fra trasformazioni sociali, migrazione e legame con il territorio. Nei suoi ritratti le donne sono figure complesse, contemporanee, e partecipano attivamente alla creazione delle immagini. Ogni foto mescola il ritratto posato a elementi del paesaggio, e poi l’artista interviene digitalmente o manualmente inserendo simboli legati alle varie storie. “Per me è essenziale che chi è stato storicamente sottorappresentato si senta ascoltato, rispettato e sia coinvolto nel modo in cui è raffigurato”, afferma Fabián. Anche la parola bilha del titolo rimanda a un concetto della cultura zapoteca legato alla sorellanza per suggerire la dimensione collettiva che attraversa il progetto. “Crescere senza modelli di riferimento può limitare la possibilità di immaginare il proprio futuro. La serie Bilha prova a colmare questo vuoto, creando nuove immagini di possibilità e appartenenza”, aggiunge la fotografa.

Con questo lavoro Fabián ha vinto il premio Photographer of the year 2026 ai Sony world photography awards: “Fabián mette in luce la presenza, la forza e i successi di donne spesso trascurate, offrendogli la visibilità e il riconoscimento che da tempo meritano nel panorama sociale e culturale”, ha scritto la curatrice Monica Allende, la presidente della giuria. ◆

Yasnaya Elena Aguilar. È linguista, scrittrice e attivista di lingua ayuujk. È ritratta con la nonna e la bisnonna, le sue guide alla scoperta del mondo. Il simbolo ää rappresenta i semi che ha piantato per proteggere e preservare la sua madrelingua.
Luna Marán. È una regista, educatrice e attivista zapoteca. Il suo ultimo film, Chicharras (Cicale), è stato ideato e prodotto in collaborazione con la sua comunità e racconta la difesa del territorio indigeno, l’organizzazione comunitaria e la partecipazione politica delle donne. Questa immagine la ritrae circondata da cicale, che con il loro canto danno vita a ondate di cambiamento.
Lety Gallardo. È una musicista, direttrice e fondatrice di Mujeres del viento florido, la prima banda femminile della regione di Oaxaca. È anche un’attivista per i diritti delle donne. Nella foto dirige la sua composizione musicale preferita intitolata Dios nunca muere (Dio non muore mai).
Nayelli Lopez Reyes. È tessitrice, podcaster e attivista per i diritti delle donne. Nel suo podcast, Güií Chanáa, ha intervistato donne della sua comunità, criticando le pratiche patriarcali che sono costrette a seguire. In questa immagine, gli uccelli indossano abiti tradizionali del popolo triqui di cui Reyes fa parte, simboleggiando la libertà. Le linee in broccato rappresentano invece le sue ali.
Edith Morales. È un’artista visiva, attivista per la tutela del territorio e delle risorse idriche. Nella foto l’artista è intervenuta inserendo una pianta di mais.
Mitzy Violeta Cortez. Fa parte di Indigenous futures, una rete che si occupa di affrontare la crisi climatica dal punto di vista delle popolazioni indigene. Ha partecipato a diversi forum, tra cui la Cop26 e la Cop30. Nella foto è raffigurata insieme ai suoi antenati e alle generazioni future come un fronte unito in difesa del proprio territorio.
Il premio e la mostra

◆ Con la serie Bilha, stories of my sisters Citlali Fabián ha vinto il premio Photographer of the year ai Sony world photography awards 2026. Alla 19ª edizione, il concorso ha raccolto oltre 430mila immagini da più di 200 paesi. Le foto premiate sono in mostra alla Somerset house di Londra, nel Regno Unito, fino al 4 maggio 2026.


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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati