La fiesta democrática, come è chiamata in Perù la giornata del voto, di solito è un evento ben organizzato. Ma quando il 12 aprile i cittadini sono andati alle urne, la festa si è trasformata in un fiasco. A Lima i ritardi nella consegna del materiale elettorale hanno provocato lunghe code davanti ai seggi. L’ufficio elettorale nazionale, l’Onpe, ha dichiarato che chi non è riuscito a votare non sarà multato (in Perù il voto è obbligatorio). Questo ha aggiunto la beffa al danno.

“Votare dovrebbe essere un diritto”, dice Emilio Rojas, rimasto in fila per ore. Il voto è stato prolungato per altre ventiquattr’ore in circa duecento seggi che non avevano aperto. Il 21 aprile il capo dell’Onpe si è dimesso.

In ogni caso pochi peruviani erano in vena di festeggiamenti. Dal 2016 il paese ha avuto nove presidenti, di cui quattro sono stati arrestati e un altro si è suicidato per evitare l’arresto. Quest’avvicendamento ha minato la fiducia nelle istituzioni, ma non ha impedito ad altri aspiranti di candidarsi alla presidenza. Quest’anno i candidati erano 35 candidati, 36 se si conta uno che è morto prima del voto. Nessuno godeva di un sostegno ampio tra gli elettori.

Ora il paese è in una situazione di stallo. Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori (al potere dal 1990 al 2000), ha ottenuto abbastanza voti per andare al ballottaggio il 7 giugno. Ma ancora non si sa chi sarà il suo avversario. Roberto Sánchez, candidato di sinistra, è in vantaggio sull’ultraconservatore Rafael López Aliaga, ma il distacco è di poche migliaia di voti. Difficilmente si saprà qualcosa prima di metà maggio.

I sostenitori di Fujimori e López Aliaga vorrebbero un presidente che usi il pugno di ferro contro la criminalità. Sánchez, invece, ha incanalato il risentimento nei confronti delle élite. Il suo slogan, “non siamo un paese povero, ma un paese saccheggiato”, fa presa sui sostenitori di Pedro Castillo, ex presidente di sinistra che nel 2022 è stato destituito dopo aver cercato di sciogliere il parlamento.

Gli osservatori delle elezioni non hanno denunciato irregolarità, ma l’organizzazione disastrosa del voto a Lima potrebbe aver danneggiato López Aliaga, ex sindaco della capitale. Ammiratore di Donald Trump, López Aliaga ha minacciato una “rivolta” se il voto non sarà annullato: si dice vittima di un complotto. Invece Sánchez ha invitato i suoi elettori a manifestare agitando lo spauracchio di un possibile colpo di stato in corso. I suoi sostenitori potrebbero scontrarsi con quelli di López Aliaga, che protestano contro presunti brogli.

Un mandato debole

A questo si aggiungono le tensioni con gli Stati Uniti. La scorsa settimana il presidente ad interim del Perù, José María Balcázar, ha cercato di bloccare un accordo per l’acquisto di alcuni jet F-16, sostenendo che dovrebbe decidere il suo successore. L’ambasciatore statunitense Bernie Navarro ha risposto in modo rabbioso. L’accordo è andato in porto, ma il 22 aprile i ministri della difesa e degli esteri peruviani si sono dimessi.

Finora Trump non ha appoggiato nessun candidato, ma se Sánchez andasse al secondo turno è probabile che il presidente statunitense sosterrebbe Fujimori. In caso di vittoria Sánchez dovrebbe affrontare l’ostilità e i limiti costituzionali di un congresso conservatore, gli stessi che in passato hanno bloccato le riforme radicali di Castillo, ma entrerebbe comunque a far parte del gruppo di presidenti latinoamericani di sinistra che si oppongono al tentativo di Washington di controllare la regione.

A prescindere da chi sarà vincitore delle elezioni, il prossimo presidente avrà un mandato debole. I tre candidati principali hanno ottenuto complessivamente meno di metà dei voti totali.

“La mancanza di legittimità dei presidenti e dei rappresentanti politici in generale è uno dei problemi più gravi della politica peruviana attuale”, spiega Rodrigo Barrenechea, dell’universidad del Pacífico di Lima. La sfiducia dei cittadini e l’organizzazione disastrosa del voto del 12 aprile potrebbero essere “una miscela esplosiva”, sottolinea Barrenechea.

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