“La tratta degli schiavi tra le due sponde dell’Atlantico e nell’oceano Indiano, perpetrata dagli europei a partire dal quattrocento ai danni di popolazioni africane, native americane, malgasce e indiane, sono crimini riconosciuti contro l’umanità”, scrive Rfi. Il 25 marzo 2026 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ad ampia maggioranza una risoluzione presentata dal Ghana che indica la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”. Tra gli 11 e i 16 milioni di africane e africani furono strappati alle loro terre e deportati nelle Americhe. In media l’11 per cento moriva durante il viaggio a bordo delle navi. “Gli africani, considerati più resistenti dei nativi americani, erano venduti per lavorare nelle piantagioni o come domestici. Le famiglie venivano separate, le donne erano costantemente a rischio di stupro da parte dei loro padroni e tutti subivano maltrattamenti, torture e omicidi”, riassume Rfi.
Dall’inizio del cinquecento alla metà dell’ottocento, furono i commercianti portoghesi e brasiliani a trasportare il maggior numero di schiavi. Secondo il database di SlaveVoyages, un progetto portato avanti da un gruppo di università statunitensi, dei 12,5 milioni di schiavi africani catturati in quel periodo più di 5,8 milioni viaggiarono su navi portoghesi e, successivamente, brasiliane. I commercianti britannici ne imbarcarono quasi 3,3 milioni, mentre quelli francesi 1,4 milioni. Per quattro secoli quel commercio fu legittimato intellettualmente da un’ideologia razzista e dal punto di vista legale da norme come il Code noir (Codice nero) del 1685, rimasto in vigore in Francia anche dopo l’abolizione della schiavitù nel 1848. Il 28 maggio il parlamento francese ha votato all’unanimità per abrogarlo, insieme a tutte le leggi che regolavano la schiavitù nelle colonie. Questi editti reali consideravano gli schiavi “proprietà mobili” che potevano essere comprate come qualsiasi altro bene, e stabilivano sanzioni in caso di fuga: dal taglio delle orecchie alla marchiatura a fuoco alla pena di morte. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati