L’anoressia nervosa colpisce sempre più persone di ogni età, e i social media sembrano avere un ruolo nell’alimentarne la diffusione, favorendo la circolazione di modelli corporei irrealistici. È uno dei disturbi psichiatrici a più alta mortalità: circa un terzo di chi ne soffre non guarisce, e le ricadute sono frequenti anche dopo anni di cura. Una delle ragioni potrebbe trovarsi nel cervello. Studi di neuroimaging hanno mostrato che l’anoressia non è solo una questione psicologica: coinvolge alterazioni nei circuiti cerebrali che regolano ricompensa, emozioni e abitudini. È per questo che molte persone continuano a limitare l’assunzione di cibo anche quando vogliono guarire dall’anoressia, non per mancanza di volontà ma perché il cervello ha imparato a funzionare diversamente. Questa prospettiva sta spingendo la ricerca verso nuove strade: dalla stimolazione magnetica transcranica, per agire sulle scelte alimentari, a sostanze come la psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni. Anche se le evidenze restano preliminari e queste terapie sono ancora in fase di studio, l’ipotesi di una base neurologica dell’anoressia apre possibilità che fino a pochi anni fa sembravano remote. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 105. Compra questo numero | Abbonati