La morte dello zio Agustín, ultimo membro di una famiglia italiana immigrata in una piccola cittadina argentina, dà avvio alla vicenda di questo romanzo dell’autrice cilena Alejandra Costamagna. Ania è la “chilenita” che da piccola trascorreva le estati con la famiglia argentina nel villaggio di Campana. Suo padre non vuole affrontare il viaggio per dare l’ultimo saluto ad Agustín – c’è in quel rifiuto una profonda negazione – e le chiede di farlo al suo posto. “Funerale”, “famiglia” e “Cile”: sono parole che risuonano nell’aria e racchiudono le chiavi di lettura del libro. Il viaggio di Ania (l’attraversamento delle Ande, l’arrivo a Campana, il bar Cecil e la casa dei nonni) dispiega una memoria vibrante. Il percorso si svolge in parallelo lungo un sentiero segnato originariamente nel passato o, meglio ancora, lungo una traccia; un passato che si sfalda, come un frutto, rivelando tutta la sua intensità. Il contrasto tra i viaggi luminosi di un tempo e quello presente sarà definitivo, ormai del passato restano soltanto le rovine, le vestigia: libri, fotografie, una macchina da scrivere. La scrittura di Alejandra Costamagna, limpida e avvolgente, percorre un sentiero simile a quello che evoca, per esempio, il mondo piemontese di Cesare Pavese in La luna e i falò. Attraverso immagini e personaggi profondamente cari al lettore, il romanzo esplora il confine di diverse frontiere: quella geografica e quella, ancora più definitiva, che il tempo modella lentamente nella memoria.
Hernán Ronsino, La Nacion

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati