L’epicentro della nuova guerra del Golfo si è spostato dallo stretto di Hormuz verso il mar Rosso e lo stretto di Bab el Mandeb, un altro fondamentale snodo marittimo. Su una riva ci sono l’Arabia Saudita e lo Yemen, mentre sull’altra il Corno d’Africa formato da Sudan, Eritrea, Gibuti, Somalia ed Etiopia (senza accesso al mare).

Oggi questa parte del continente africano è totalmente destabilizzata, sia dai conflitti interni sia dalle ingerenze provenienti dal Medio Oriente. Gli attori principali sono: Israele, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e gli huthi filoiraniani dello Yemen, tutte forze che soffiano sul fuoco delle guerre africane per difendere i loro interessi strategici.

La guerra civile in Sudan, il conflitto attualmente che ha creato il maggior numero di sfollati e rifugiati al mondo, è armata e sostenuta da un lato dagli Emirati Arabi Uniti, dall’altro dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, che riproducono in Africa le fratture emerse negli ultimi tempi. La stessa situazione si ritrova in tutti i focolai di crisi della regione.

Il caso più significativo è quello della Somalia, paese che ha vissuto una discesa agli inferi. Oggi la Somalia è spaccata in due: a sud il governo ufficiale e a nord il Somaliland, la regione che si è separata dal resto del paese nel 1991. Fino a poco tempo fa quasi nessuno riconosceva la repubblica del Somaliland, ma quest’anno Israele l’ha fatto e ha perfino ricevuto il suo presidente in visita ufficiale. Anche gli Emirati Arabi Uniti sono molto presenti in questo contesto.

Da cosa nasce questo interesse? Il Somaliland si trova davanti alle coste dello Yemen e concede a Israele una finestra sull’attività degli huthi, il movimento filoiraniano che ha lanciato diversi missili contro lo stato ebraico. Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno parlato per la prima volta dei legami tra gli huthi e i jihadisti di Al Shabaab, che controllano il 40 per cento del territorio somalo. La Somalia, dunque, è un paese lacerato sia dall’interno sia dall’esterno.

Una situazione simile è quella dell’Etiopia, antico impero abitato da 136 milioni di persone e in preda ai contrasti tra i diversi popoli che compongono il paese. Il vecchio conflitto che coinvolge la provincia del Tigrai si è appena riacceso, alimentato da pressioni esterne: dalla vicina Eritrea, che teme le mire imperialiste etiopi sul porto di Assab, affacciato sul mar Rosso; all’Egitto, che rimprovera all’Etiopia la costruzione di una grande diga sul Nilo.

Queste interferenze sono il riflesso dello stato del mondo. Oggi niente e nessuno si oppone più a incursioni che in passato sarebbero state sicuramente condannate dall’Onu. L’ordine mondiale basato sul diritto internazionale ha lasciato il posto all’epoca dei predatori.

In un rapporto pubblicato di recente, l’International crisis group, un centro studi con sede a Bruxelles, ha invitato i più influenti paesi africani e “le potenze esterne che hanno interessi nel Corno d’Africa” a favorire una “diplomazia discreta” per spegnere gli incendi. Il problema è che sta succedendo esattamente l’opposto: queste forze, infatti, continuano a gettare benzina sul fuoco nell’indifferenza generale.

Il peggioramento della situazione nel mar Rosso, dove dovrebbero presto arrivare le truppe francesi, in territorio saudita, si ripercuote sul Corno d’Africa, che non ne aveva sicuramente bisogno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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