I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito il Venezuela nell’arco di pochi istanti sono stati i più forti dal 1900. Si è trattato di scosse superficiali, più distruttive rispetto a quelle più profonde di pari intensità. Quasi duemila persone hanno perso la vita, ma oltre ai circa tremila feriti ci sono anche decine di migliaia di dispersi. Secondo le Nazioni Unite i danni ammontano a 6,7 miliardi di dollari, equivalenti al 6 per cento del pil venezuelano. Diverse infrastrutture cruciali sono state devastate e 38 ospedali risultano danneggiati. Il bilancio di questo disastro riflette le condizioni del paese prima del sisma, oltre che l’incapacità dello stato di rispondere all’emergenza.
Quando la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha visitato le aree più colpite di Caracas, è stata sommersa dai fischi. La rabbia è soprattutto per la risposta inadeguata delle autorità, paragonata all’impegno dei volontari e dei soccorritori. Il terremoto ha dimostrato che le risorse sono state spese soprattutto per le forze di sicurezza, a cominciare dall’esercito. Oggi il regime ha i mezzi per ostacolare e reprimere i cittadini, ma non per aiutarli. Anni di cattiva gestione e sanzioni statunitensi hanno lasciato l’80 per cento dei venezuelani in povertà, spingendo un quarto di loro a emigrare. Il tasso d’inflazione annuale supera il 600 per cento e il sistema sanitario è in ginocchio. Dopo che a gennaio gli Stati Uniti hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il governo è rimasto in piedi ma il paese è nel caos politico.
Per Trump la priorità è aprire il paese sudamericano agli investimenti privati e gestire la vendita del petrolio. Dopo aver sequestrato Maduro, ha dichiarato di avere “il controllo” del Venezuela. Allora dovrebbe fare qualcosa. Lo smantellamento dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) e i licenziamenti nel settore degli aiuti umanitari sollevano dubbi sul suo margine di manovra e sulle sue intenzioni. Gli Stati Uniti hanno promesso 300 milioni di dollari in sostegno al Venezuela, e gli statunitensi fanno parte dei 2.400 professionisti del soccorso arrivati da tutto il mondo. È un buon inizio, ma i venezuelani meritano un appoggio coordinato e prolungato. Sarà il vero banco di prova sia per il governo di Rodríguez sia per Washington e la sua presunta leadership nell’emisfero occidentale. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati