Tra le giovani cantautrici che hanno messo a nudo la propria anima con una chitarra acustica, cosa ha reso la californiana Phoebe Bridgers un’icona? La voce, un sussurro delicato capace di esplodere nei momenti decisivi? I testi, ipnotici e poi diretti, gelidi e ironici? O il modo in cui vita privata e scrittura autobiografica l’hanno trasformata, suo malgrado, in una figura quasi da giornali scandalistici? Fin dall’inizio di Lost weekend, però, Bridgers sembra voler sfuggire a tutto questo. The outside apre il disco con una spirale d’immagini e una voce deformata dal vocoder. Ma è in parte un depistaggio: nonostante 16 brani e oltre 50 minuti, Lost weekend è il suo album più quieto e coeso. Rispetto a Stranger in the Alps e Punisher cerca emozioni più sottili attraverso il folk tradizionale. Al centro ci sono esperienze intime: la morte del padre, con cui aveva un rapporto difficile, la separazione dall’attore Paul Mescal e l’abbraccio ansioso ed euforico di un nuovo amore. La produzione, curata con Tony Berg ed Ethan Gruska, arricchita da Jack Antonoff e Alex G, è minuziosa e ricca di dettagli. Ma il vero punto di forza resta la scrittura: Bridgers attraversa lutto, memoria, successo e amore senza semplificarli. Lost weekend guarda alle fratture tra ambizione e destino, passato e presente, dolore e desiderio, mostrando un’artista ancora in movimento, dentro un mondo tutto suo.
Sam Sodomsky, Pitchfork
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati