Negli Stati Uniti, dove le lezioni sono ricominciate per circa 54 milioni di bambine e ragazzi, tra le materie insegnate in classe ce n’è una che non compare nei programmi: la plastica. Un rapporto della ong Plastic pollution coalition documenta come da anni l’industria del settore s’infiltra nelle scuole statunitensi con schede didattiche, video intitolati “La tua bottiglia significa posti di lavoro”, esperimenti pratici o giochi.
C’è perfino un furgone, il PlastiVan, che gira le città per raccontare “il contributo della plastica alla vita moderna”: secondo la Society of plastics engineers, l’associazione che lo paga (legata ai produttori), avrebbe raggiunto più di 132mila studenti.
Tutte queste proposte e materiali insistono su quanto la plastica sia sicura e indispensabile, minimizzando i rischi per la salute e l’ambiente. Un programma per le classi delle elementari e delle medie finanziato dalla Dow Chemical (una delle più grandi multinazionali chimiche al mondo) insegna agli alunni come testare i sacchetti di plastica di varie marche e poi gli chiede di fingersi dipendenti della Dow e progettarne uno.
Questi metodi sono più frequenti vicino agli impianti petrolchimici: in Pennsylvania, dove gestisce un complesso da 156 ettari per la produzione di plastica, la Shell ha proposto moduli didattici e donato zaini e un campo da basket a una scuola del posto ottenendo in cambio che nel programma si insegni la raccolta differenziata per il riciclo della plastica.
A volte durante le attività si riconosce che l’inquinamento da plastica è un problema grave, spiega Grist, una rivista dedicata al cambiamento climatico. Ma la responsabilità si fa ricadere sempre sui comportamenti individuali, indicando appunto la raccolta differenziata come soluzione (nel mondo si ricicla solo il 9 per cento della plastica prodotta).
Interpellata da Grist, Wendy Johnson, del National center for science education, aggiunge un altro grosso limite pedagogico: nei materiali didattici è scritto che sono in linea con gli standard per le discipline stem (matematica, fisica, chimica, biologia, informatica, tecnologia), ma non si specifica quali standard né in che modo siano rispettati. E si usano termini tecnici che danno l’illusione di rigore scientifico quando invece servono solo a veicolare l’idea che abbiamo bisogno di cose a basso costo.
Il rapporto riconosce tuttavia che, soprattutto per le materie stem, spesso gli insegnanti non hanno il tempo né le risorse per preparare le loro lezioni o comprare i materiali per i laboratori in classe o i progetti scientifici. Per questo quando un settore produttivo – anche molto discusso, come l’industria del tabacco, del cibo spazzatura, dei pesticidi o dei combustibili fossili – offre il suo aiuto gratuitamente o a prezzi bassissimi può essere difficile dire di no.
Come uscirne? Se la Plastic pollution coalition chiede ai consigli scolastici di vietare i programmi sponsorizzati, altre ong restano titubanti sui divieti generalizzati, preferendo fidarsi della capacità critica di insegnanti ed educatrici.
Sulla questione delle risorse che mancano, una strada può essere eliminare le agevolazioni fiscali per gli impianti che producono plastica, indirizzando i ricavi verso le scuole, suggerisce Grist.
Ci sono comunque delle alternative, sviluppate da realtà senza interessi di parte, per parlare a ragazze e ragazzi dell’inquinamento o dei costi e delle conseguenze dei processi con cui si fabbrica quello che consumiamo. E resta l’inventiva delle insegnanti, come una maestra di una scuola primaria in California che da undici anni trasforma la sua aula in un laboratorio a rifiuti zero.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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