Il 10 agosto il generale libico Fawzi al Mansouri, che dal maggio 2024 era il capo dell’intelligence militare nella Libia controllata dalle forze armate di Khalifa Haftar, è stato ucciso in un attentato con un’autobomba a Bengasi. La morte di Al Mansouri sfida l’idea che la milizia di Haftar abbia il pieno controllo su questa parte del paese, nota The Continent, e mette a rischio i tentativi dell’amministrazione statunitense di riunificare il paese, diviso da più di dieci anni tra due autorità rivali, una con sede a Tripoli e l’altra a Bengasi. A testimonianza dell’instabilità del paese, pochi giorni prima dell’attentato a Bengasi una raffineria a Zawiya, la più grande del paese, controllata dalle autorità di Tripoli, era stata attaccata con i droni. Su Middle East Monitor Karam Nama colloca l’assassinio del generale all’interno di un’“economia della violenza”, in cui l’omicidio è il mezzo attraverso il quale si distribuiscono le risorse: non solo uno strumento per eliminare i rivali, ma un modo per ridisegnare gli equilibri di potere. Chi controlla i mezzi della violenza controlla il flusso del petrolio, e di conseguenza lo stato. “L’uccisione di Al Mansouri”, scrive Nama, “contiene un messaggio politico ed economico. Si tratta di un’estensione del sistema di spartizione delle ricchezze, non di un’anomalia criminale”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati