Kurt Wagner sa raccontare storie come pochi. In The new world wave, brano centrale del nuovo album dei Lamb­chop, il cantautore di 66 anni intreccia una storia che attraversa le generazioni e tocca temi come la sopravvivenza alla grande depressione, la paziente formazione di una famiglia e il modo in cui i sogni inappagati possono sgretolarsi in beni vendibili. Temi pesanti, affrontati però con ironia, giochi di parole, improvvise rotture della quarta parete e momenti di sorprendente intensità. Dopo quarant’anni alla guida dei Lamb­chop Wagner continua a reinventare il suono del gruppo: alt-country, slowcore, folk, elettronica e gospel convivono senza mai definirlo del tutto. Punching the clown torna a strumenti più acustici, accompagnato da Andrew Broder, Justin Vernon e cori che donano ai brani un’atmosfera intima, inquietante e quasi spirituale. I testi parlano di morte, fragilità, memoria e America contemporanea. Come tutti i grandi album dei Lamb­chop, questo disco può mandarti nella tana del biancoconiglio. Cosa c’entra White people con Night people di Allen Toussaint, con il quale condivide un’ammiccante somiglianza del testo? Potrebbe sembrare una parodia, ma Wagner in questo brano sfodera la performance vocale più potente e disperata del disco, urlando le parole come se avvertisse i vicini di una tempesta in arrivo. In generale, il leader dei Lamb­chop è capace di essere profondo e buffo nello stesso verso. È questa libertà a rendere Punching the clown uno dei lavori più misteriosi della band ma, paradossalmente, anche uno dei più diretti ed emotivi della loro carriera.
Sam Sodomsky, Pitchfork

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati