Gli Stati Uniti sono senza dubbio l’ultimo paese da cui ci si sarebbe aspettati delle proteste contro lo sviluppo della tecnologia. D’altronde le “nuove frontiere” fanno parte dell’identità statunitense, oltre al fatto che la Silicon valley appartiene ormai all’idea del cosiddetto sogno americano.

Eppure il settore tecnologico – con i suoi oligarchi diventati onnipotenti, la sua corsa sfrenata verso un futuro che non appare più così desiderabile e le sue minacce per la società e l’ambiente – sta provocando una reazione così sorprendente che negli Stati Uniti si parla di techlash (contraccolpo subìto dalla tecnologia).

Al centro della rabbia dell’opinione pubblica c’è l’espansione apparentemente inarrestabile dei data center, con centinaia di miliardi di dollari di investimenti. L’argomento ha fatto il suo ingresso anche nei dibattiti in vista delle elezioni di metà mandato, previste per novembre. Perfino Erin Brockovich, ambientalista che ha svelato uno scandalo sull’inquinamento industriale dell’acqua potabile in California e la cui storia è stata raccontata al cinema da Steven Soderbergh, si è unita alla battaglia, realizzando una mappa interattiva dei progetti di data center in tutto il paese. Intervistata dal New Yorker, Brockovich ha raccontato che in trent’anni di carriera non aveva mai visto una mobilitazione come quella di oggi.

Nella levata di scudi contro i data center c’è sicuramente una componente nimby (“not in my back yard”, non nel mio cortile) che spinge le persone a voler proteggere i luoghi dove vivono. D’altronde queste strutture, indispensabili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, consumano quantità enormi di acqua ed energia elettrica senza generare molti posti di lavoro.

Tuttavia, il dibattito ha un orizzonte più ampio. I sondaggi sono emblematici: il 40 per cento degli statunitensi ritiene che l’intelligenza artificiale avrà conseguenze negative sulla società nel corso dei prossimi vent’anni, mentre solo il 16 per cento è convinto che gli effetti saranno positivi. Il Wall Street Journal, quotidiano legato al mondo degli affari, ha dedicato un articolo all’estate “in cui gli Stati Uniti sono diventati luddisti”.

Il riferimento è chiaro: il luddismo fu un movimento nato a Manchester nel diciannovesimo secolo, agli albori dell’era industriale, per opporsi alle macchine che provocavano il taglio di posti di lavoro nelle fabbriche tessili. All’epoca gli operai in rivolta, guidati dal fantomatico “generale Ludd”, avevano distrutto diversi macchinari, andando incontro a una repressione sanguinosa.

L’allusione perseguita il mondo della tecnologia da un secolo e mezzo. L’intelligenza artificiale, con la sua promessa di progresso illimitato legata a una minaccia per i lavoratori, ha inevitabilmente risvegliato sentimenti ostili.

Alla vivacità del dibattito sulle questioni morali, sociali e ambientali legate allo sviluppo della tecnologia a ritmo serrato si aggiungono i timori ideologici. Oltre a techlash, c’è un altro neologismo che si sta facendo strada: tecnofascismo. Un libro pubblicato questo mese negli Stati Uniti, The nerd reich, del giornalista Gil Duran, analizza la trasformazione ideologica di quegli imprenditori che inizialmente si sono presentati come utopisti, poi come libertari e infine si sono rivelati in molti casi antidemocratici, se non addirittura fascisti.

Secondo Duran, la vicinanza tra miliardari e Donald Trump fa temere l’avvento di un “mondo post-democratico governato dalla tecnologia e dai suoi padroni”, con alla guida personaggi come Peter Thiel, mentore del vicepresidente americano JD Vance. Oggi seguire con attenzione l’universo statunitense della tecnologia è importante non solo per la sua capacità di innovazione, che trasforma le nostre società, la sua visione ideologica e la sua influenza sul futuro del mondo, ma anche – ed è questa la novità più interessante – per la resistenza che sta suscitando.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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