Urchin non è un film che rompe gli schermi, semmai un dramma realizzato con sicurezza, sottilmente toccante, così da elevarsi al di sopra del classico studio sul personaggio. Incontriamo l’ex tossicodipendente Mike (Dillane) mentre vaga per le affollate strade di Londra. Sta cercando di riprendersi dopo un fatto violento che l’ha portato in carcere per qualche mese. La “seconda possibilità” di Mike è descritta attraverso scene naturalistiche e malinconiche, con degli intermezzi onirici che lo mostrano mentre ritrova il buonumore. Nei suoi momenti migliori, prima di ricadere nelle abitudini più spigolose, Mike è gentilmente infantile, eccentrico e un po’ orgoglioso. Dillane riesce a renderlo al tempo stesso patetico e delizioso. L’attore Harris Dickinson (Triangle of sadness, Babygirl), al suo debutto alla regia, dimostra la sua sincera passione per il cinema, anche se il risultato, nel complesso, è abbastanza convenzionale. Beatrice Loayza, The New York Times
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati