Qual è stato il momento in cui l’Europa ha imboccato la strada sbagliata? Forse quando non ha capito il nuovo mondo in cui eravamo entrati? L’Unione europea del 2026 non è più “un vegetariano in un mondo di carnivori”, per riprendere una famosa citazione, ma resta lontana dalla capacità di difendere i suoi interessi davanti ai nuovi imperi che stanno cambiando le regole del gioco a livello internazionale.
In questo momento decisivo della sua storia, il modello sociale e politico europeo, frutto di decenni di lotte e compromessi, sembra fare acqua da tutte le parti. La lista delle spie accese sul cruscotto del continente è lunga: la rivolta dei ragazzi in Francia e in altri paesi vicini, l’estremizzazione del dibattito politico a livelli visti di rado dopo la seconda guerra mondiale, l’effetto della deindustrializzazione massiccia, il disastro delle finanze pubbliche in molti paesi (a cominciare dalla Francia).
Vista dalla Casa Bianca, dal Cremlino o da Zhongnanhai, dove regnano Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, l’Europa è una preda da azzannare e fare a pezzi. Una minaccia che gli europei non hanno visto arrivare.
In parte la spiegazione è legata al fatto che l’Europa si è comportata a lungo come la classica “prima della classe”. Con l’avvento della globalizzazione, per esempio, abbiamo delocalizzato la produzione a marce forzate, pensando che gli altri, a partire dalla Cina, si sarebbero accontentati di essere servi dell’occidente. E così abbiamo accettato di diventare dipendenti dalla tecnologia e dai prodotti fabbricati altrove, come consigliavano i manuali della globalizzazione e il dogma delle filiere di approvvigionamento “just in time”.
L’Europa ha agito con arroganza anche nelle alleanze, spendendo meno degli altri per la propria difesa e insistendo affinché gli Stati Uniti restassero nel continente per “difenderci”. Quando la Francia, con la sua eredità gollista, ha sostenuto la causa di una difesa europea autonoma, il resto della Nato ha risposto in coro: “Silenzio, altrimenti gli statunitensi se ne vanno”. Il risveglio, doloroso, è arrivato il 24 febbraio 2022, quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina riportando la guerra alle frontiere dell’Unione. E poi di nuovo quando Trump ha brutalmente voltato le spalle agli alleati storici.
Da allora l’Europa ha fatto molta strada, con la coalizione dei volenterosi nata su iniziativa di Francia e Regno Unito per aiutare l’Ucraina abbandonata da Washington e con i programmi industriali europei per gli armamenti. Ma le dipendenze non si cancellano schioccando le dita.
Detto questo, la debolezza dell’Europa non è ineluttabile. L’Unione europea, con i suoi 450 milioni di abitanti (a cui si aggiungono quelli del Regno Unito, con il suo desiderio di rientrare nel club, e quelli del Canada che sogna uno status di paese associato), resta uno spazio unico al mondo.
L’Europa unita è nata per impedire che i paesi che ne fanno parte continuassero a farsi la guerra dopo secoli di antagonismi. Oggi il continente ha di nuovo bisogno di un progetto comune, per affrontare i nuovi imperi ma anche per dare al suo popolo un futuro appetibile, che al momento sembra del tutto precluso alle giovani generazioni. Le divisioni tra stati e al loro interno emergono in un momento decisivo per il mondo intero: l’Europa non può più sbagliare, altrimenti si ritroverà completamente fuori gioco.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it