Questa è la storia di tre uomini che si considerano imperatori. Qualunque somiglianza con personaggi esistenti non è casuale. Questi uomini i popolano i nostri giorni e le nostre notti, e a volte anche i nostri incubi. Sono i protagonisti del ribaltamento del mondo a cui assistiamo, nel bene e molto più spesso nel male.
Il primo sogno di onnipotenza è quello di un uomo che chiede costantemente a Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da uno dei suoi ex futuri amici, di farlo sembrare molto più grande di quanto sia, mostrandolo nei panni di Gesù o di Atlante, il titano della mitologia greca condannato a portare sulle sue spalle la volta celeste. Il suo vero desiderio, però, è quello di essere un imperatore capace di conquistare territori come facevano i pionieri del diciannovesimo secolo. In preda alle sue manie di grandezza, ha trasformato i 250 cinquant’anni d’indipendenza del suo paese, che gli va stretto anche se è immenso, in un’autocelebrazione.
Il secondo è cresciuto in un impero che non voleva presentarsi come tale ma era nato dalle macerie di un impero reale. La nostalgia lo ha spinto a commettere l’irreparabile: invadere un paese vicino. Senza dubbio ha sottovalutato il suo avversario e oggi è sulla difensiva, un imperatore nudo nel suo palazzo glorioso, determinato nella sua collera a spezzare chiunque non si pieghi al suo volere.
Avrete sicuramente riconosciuto, nell’ordine, Donald Trump e Vladimir Putin. Al terzo si addice in modo più legittimo la veste imperiale, prima di tutto perché ha poteri paragonabili a quelli dei veri imperatori che hanno occupato il suo posto fino all’inizio del ventesimo secolo, ma anche perché ha il vento in poppa in questa fase di ricomposizione del mondo. Il suo paese è la potenza in ascesa, dopo decenni dedicati a costruire una macchina industriale e militare di primo piano. All’interno, controlla ogni cosa per evitare qualsiasi dissenso. Il terzo uomo è chiaramente il numero uno cinese Xi Jinping.
Il resto del mondo
Trump, Putin e Xi partecipano (ognuno a modo suo) al ritorno di politiche imperiali e alla demolizione di un mondo basato sul diritto che è stato costruito in più di un secolo, soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale e ancora di più dopo la fine della guerra fredda, trentacinque anni fa. Se riusciranno nel loro intento, il resto del mondo sarà inevitabilmente ridotto al vassallaggio.
Ci riusciranno? Gli ultimi mesi ci hanno regalato diverse lezioni. Donald Trump, dopo essersi affidato alla potenza economica del suo paese con i dazi doganali, a quella tecnologica con i giganti della Silicon valley e a quella militare, ha incassato una sconfitta cocente in Iran che ha messo un freno alle sue tentazioni egemoniche. Trump resta naturalmente molto potente, ma non fa più paura come prima. Oggi è in bilico, con le difficili elezioni di metà mandato in programma a novembre. Il 4 luglio tesserà le proprie lodi in occasione dei 250 anni dell’indipendenza americana, ma solo i suoi fedelissimi lo applaudiranno.
Putin e Xi, gli sfidanti, hanno sviluppato nell’ultimo decennio una cooperazione sempre più stretta. Ma lo stallo russo in Ucraina pesa molto sulla credibilità del tandem. La Russia ha perso più soldati in Ucraina di quanti ne abbia persi in tutte le guerre dopo il 1945.
Poi ci sono gli altri, cioè noi europei e il resto del mondo. Evidentemente non abbiamo tanta voglia di essere ridotti a vassalli. Una volta superato lo sconcerto del crollo del vecchio ordine mondiale, toccherà a noi ridefinire le regole del gioco del nuovo mondo per confinare i tre aspiranti imperatori nei loro sogni. E mettere fine a questa favola.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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