Con il terzo album Everything in readiness gli Shovel Dance Collective confermano il loro approccio radicale al folk britannico. Il collettivo londinese, formato da nove musicisti schierati fieramente a sinistra, trasforma brani tradizionali in un vortice di distorsioni, rumori industriali e improvvise aperture melodiche. L’inizio è travolgente: una suite di oltre dieci minuti attraversa atmosfere ipnotiche, violini ed esplosioni di caos sonoro, evocando perfino i Velvet Underground. Il paragone con gli irlandesi Lankum è inevitabile, anche se il gruppo londinese segue una strada più sperimentale. Tra lo-fi, canti a cappella e inquietanti paesaggi ambient, il disco recupera la dimensione più oscura e politica della tradizione popolare inglese. Brani come Bold captain Avery rileggono antiche ballate alla luce delle contraddizioni del presente, smascherando miti di eroismo e potere. L’esperienza lascia storditi, quasi si fossero incassati troppi pugni. Everything in readiness non somiglia a nient’altro in circolazione, ma non sorprende che un gruppo di musicisti sperimentali – alcuni dei quali militano anche nei Caroline – abbia deciso di abbracciare la tradizione. La dimensione politica è lì, per chi vuole coglierla, ma il piacere di Everything in readiness risiede nelle sue sorprese sonore. Mentre la musica procede a scossoni, si fatica a starle dietro, segno che ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente originale. Questo disco fa sembrare brani vecchi di secoli freneticamente vivi.
Alexis Petridis, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati